AZIENDE E INTERNET: L’EVOLUZIONE DELLA SPECIE

Imprese, formazione, Facebook & Co.

Sono quasi dieci anni che collaboro stabilmente con un’agenzia di comunicazione di Pescara, la Ludago, fondata nel 2000 da Luigi D’Agostino. Al suo interno ho un mio ufficio e, spesso, mi capita di accogliere i principali clienti con i quali gestiamo progetti di marketing e comunicazione. Da alcuni anni, sempre più imprenditori e responsabili aziendali, nell’esprimere le loro esigenze, fanno un continuo riferimento all’impiego dei socialnetwork e, in particolare, di Facebook. Personalmente, nelle riunioni per definire le strategie dell’agenzia, ho sempre espresso le mie perplessità relativamente all’ipotesi di assumere “in toto” (o quasi) la gestione, sui social media, delle pagine aziendali dei clienti. Seppur contro gli interessi dell’agenzia e, quindi, contro anche i miei, non posso, infatti, smentire la mia esperienza e la mission stessa del marketing che cerco sempre di trasmettere ai clienti.

consulenza marketing

Il vero marketing, infatti, consiste nello studio, nella ricerca dei metodi e degli strumenti aziendali in grado di permettere un miglioramento continuo della redditività, garantendo, quindi, un futuro alla propria attività; strumenti e metodi che devono essere indagati cercando sempre di costruire e trasferire ai clienti, attraverso prodotti e servizi, un valore reale e riconosciuto. E se fossi proprio io il primo a non seguire questa strada, non riuscirei più a dedicare, con la stessa passione e la stessa volontà di crescita, tante ore al mio lavoro. Ma, soprattutto, quanto potrei essere credibile nelle mie attività di consulenza? Perciò, per onestà intellettuale e per problemi di coscienza, non posso far finta di dimenticare delle opinioni che, con diverse esperienze, ho maturato relativamente alla gestione di pagine aziendali sui socialnetwork.

Tutti i giorni, tutto il giorno

Innanzitutto, affinchè l’utilizzo di una pagina aziendale, su di un socialnetwork, sia in grado di iniziare a generare dei risultati di ritorno, è necessario gestirla in maniera continua, quotidiana. Per attrarre l’attenzione dei potenziali clienti, per cercare di comunicare i valori della propria attività e della propria offerta di prodotti e servizi, occorre essere presenti, in maniera costante, con dei “contenuti”, pubblicando non solo i riferimenti delle proprie proposte commerciali, ma anche, e forse soprattutto, informazioni, notizie, approfondimenti, inerenti il proprio settore, la propria specializzazione, i propri mercati e così via. E tali contenuti devono essere di qualità, quindi occorre studiarli e scriverli in maniera appropriata, selezionare delle fonti attendibili, verificare le notizie, indagare le innovazioni ecc. Inoltre, occorre essere sempre pronti e tempestivi per rispondere a eventuali commenti, richieste di informazioni, recensioni e alle altre possibili forme di interazione, utili anche per ascoltare i propri clienti, cogliere nuove esigenze e tendenze. Non si può, ad esempio, aprire una pagina aziendale su Facebook, fare delle campagne sponsorizzate, quindi portare potenziali clienti sulla propria pagina, per poi accoglierli con, in bella vista, delle recensioni come il caso che vi mostro:

Facebook

Avere una pagina aziendale su di un socialnetwork, dunque, significa avere del tempo e delle risorse da dedicargli, e svolgere delle attività che, per essere efficaci, richiedono una conoscenza del settore di appartenenza che solo chi ci lavora giorno per giorno può avere. A parte per alcune particolari expertise (in quei settori in cui si lavora più frequentemente), all’interno di un’agenzia di comunicazione di piccole dimensioni non si può avere il personale in grado di “muoversi” con competenza nei diversi mercati di tutti i possibili clienti, a meno che, di questi, non se ne abbiano davvero pochi. E anche nel caso in cui ci fossero tali competenze, per tutto il tempo e l’impegno necessari per gestire la pagina “social” del cliente, tale servizio quanto dovrebbe essere pagato per soddisfare entrambi? Inoltre, se gran parte di questa gestione venisse messa nelle mani di un’agenzia, una volta che il rapporto di collaborazione dovesse terminare (e prima o poi accade sempre), di tutti i soldi spesi mensilmente per pagare il servizio e di tutta l’esperienza fatta con la pagina “social” cosa resterebbe all’azienda? Può essere, questa, un’ipotesi strategica accettabile, soprattutto se consideriamo che il ruolo di questi canali legati al Web sembra essere sempre più caratterizzante il futuro delle aziende?

dna

Buonasera Signor Darwin

Per questi motivi ritengo che, negli ambiti del Social Media Marketing e, in generale, del Web Marketing, il ruolo di un’agenzia di comunicazione, per il bene del cliente (e, quindi, per il bene della stessa agenzia), deve essere impostato su altre basi. Innanzitutto, l’azienda deve avere al suo interno una risorsa a cui assegnare la responsabilità e, soprattutto, il tempo (e un budget minimo) per gestire tali attività. L’agenzia si assume il compito di formare la risorsa e di elaborare le soluzioni creative (visual e copywriting) per allestire la pagina e per le specifiche iniziative (post sponsorizzati, landing page, eventi virtuali ecc.). In questo modo, con il passare del tempo, il rapporto tra l’agenzia di comunicazione e il cliente esprime le capacità per arricchire il DNA, e quindi le possibilità di sopravvivenza, di entrambi. Da un lato, infatti, l’agenzia può destinare tutte le energie in quelle attività, come la creatività e la consulenza strategica, che caratterizzano e valorizzano il suo ruolo; dall’altro, la risorsa aziendale diventa sempre più autonoma nelle specifiche responsabilità gestionali; e, soprattutto, l’azienda sviluppa al suo interno una competenza importante per poter guardare con maggiore serenità e fiducia al suo futuro.

 

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MARKETING, NEUROMARKETING ED ESORCISMI VARI

Senza Marketing, PMI italiane “disarmate” sui mercati.

Penso sia un dato di fatto che le piccole e medie aziende italiane hanno importanti carenze per quanto riguarda quella che, forse, è una delle funzioni sempre più importanti in qualsiasi tipo di organizzazione: il marketing. Svolgo la mia consulenza per un’azienda che fattura oltre 50 milioni di euro l’anno, di cui larga parte all’estero, e al suo interno non esiste un ufficio marketing. Questo non significa che l’azienda non svolge attività di marketing. Sarebbe impossibile. Ma queste attività che, di fatto, sono orfane di ufficio, perdono gran parte della loro efficacia e della loro utilità, perché non essendo istituzionalizzate e sistematizzate, vengono effettuate in maniera casuale, saltuaria, senza nessuna forma di pianificazione, determinazione di obiettivi e controllo dei risultati.

Facciamo un esempio: il personale commerciale di questa azienda spesso fa visita ai clienti che hanno acquistato dei loro prodotti. I clienti, in base al loro uso pratico del prodotto, esprimono osservazioni relativamente alle funzionalità, dando dei consigli che, a volte, sono stati utili per realizzare dei miglioramenti e delle evoluzioni del prodotto, molto apprezzate dal mercato perché nascevano proprio dalle esigenze di utilizzatori finali. Bene, tutto questo è marketing e, in particolare, si tratta di quelle attività che fanno riferimento alle funzioni di Customer Satisfaction Management e Product Management. Ma, non essendoci un ufficio con le relative responsabilità, queste attività vengono svolte senza nessuna forma di organizzazione e di documentazione. Nessuno si occupa di pianificare delle visite finalizzate alla raccolta di feedback; nessuno si occupa di preparare un elenco di punti, concordati con il reparto di progettazione, utili da discutere con i clienti; nessuno si occupa di registrare (su qualche tipo di documento) le osservazioni raccolte; nessuno, soprattutto, può effettuare una lettura di queste informazioni. Tutto avviene “per aria”, a livello di quattro chiacchiere davanti a un caffè quando un referente commerciale si reca a far visita al cliente. E se, quando torna in azienda, il referente ha tempo e si ricorda alcune osservazioni particolari, forse ne parla con qualche progettista che casualmente incontra tra gli uffici. Immaginate, dunque, quante possibilità di migliorare il prodotto, e la soddisfazione dei clienti, si perdono in questo modo?!? Quante possibilità di acquisire importanti vantaggi competitivi sui concorrenti sono buttate al vento tra un caffè e l’altro?!?

caffè

Allo stesso modo, accade per tante altre attività di marketing che, se sistematizzate con uffici e responsabili, potrebbero far fare alle PMI italiane importanti passi avanti. Questo stato di fatto, inoltre, espone le aziende ad alti rischi di mercato nel momento in cui i loro prodotti, seppur qualitativamente superiori, vengono messi in ombra da quelli di concorrenti esteri molto più organizzati nell’ottenere i vantaggi di un marketing ben curato. Questa situazione, in larga parte, è dovuta alla scarsa conoscenza che piccoli e medi imprenditori italiani hanno del marketing, confondendolo, spesso, con la comunicazione, con le tecniche di vendita, con gli effetti speciali, con incantesimi ed esorcismi vari! E le associazioni di categoria, soprattutto a livello locale, fanno ben poco per verificare i livelli di cultura aziendale, i fabbisogni e, quindi, per intervenire con specifiche iniziative formative. Il marketing è una disciplina con una letteratura e degli autori che, per prestigio e titoli, si pongono al di sopra di tutte le altre discipline aziendali. Al centro c’è lo studio di quelle attività che possono permettere, in maniera redditizia, di migliorare la soddisfazione dei clienti, perché è a tale soddisfazione che l’azienda deve la sua sopravvivenza, il suo successo e la sua proiezione nel futuro. E se vediamo il modello delle 4P (le cosiddette leve del marketing o Marketing Mix) elaborato da Jerome Mc Carthy, vedremo che in esso c’è tutta l’azienda, perché migliorare la soddisfazione dei clienti non può che essere un’attività che coinvolge tutta l’azienda:

  • Prodotto (cosa chiede il cliente al prodotto? Quali caratteristiche ha il prodotto per soddisfare la richiesta? Cosa lo differenzia dalla concorrenza? ecc.)
  • Prezzo (qual è il valore del prodotto per l’acquirente? Il cliente è sensibile al prezzo? Come sarà valutato il tuo prezzo rispetto alla concorrenza? ecc.)
  • Punto vendita (dove cercano il prodotto i potenziali acquirenti? Come puoi avere accesso ai giusti canali di distribuzione? Cosa fanno i tuoi concorrenti, come puoi differenziare? ecc.)
  • Promozione (dove, come e quando puoi promuovere i tuoi prodotti? Quali canali privilegiare? Come gestiscono la comunicazione i concorrenti? ecc.)

Il valore del modello elaborato dallo studioso (nato nel 1928) è verificabile nel momento in cui ci rendiamo conto che, nonostante sia stato redatto diversi decenni fa, seppur con delle integrazioni concettuali, mantiene intatta tutta la sua attualità. Ad esempio, oggi, nell’ambito della P del “Punto vendita” possiamo integrare tutti riferimenti relativi ai siti Internet, agli E-commerce, ai Social Media ecc., che possono essere considerati dei punti vendita e dei canali di distribuzione virtuali. Una disciplina, quella del marketing, che, dunque, partendo da precise basi didattiche, è in continua evoluzione attraverso delle dinamiche interdisciplinari, perché coinvolgono, in maniera trasversale, diverse discipline: psicologia, sociologia, statistica, economia ecc. Da alcuni anni si è arrivati a parlare addirittura di neuromarketing, con riferimento a quel campo di studi aperto dall’integrazione del marketing con le neuroscienze.

Neuromarketing: pillola rossa o pillola blu?

Marketing e Neuromarketing

Un ambito affascinante, che può determinare importanti risultati per il successo di prodotti e servizi. Ma, anche qui, occorre fare un pò di chiarezza. L’obiettivo del neuromarketing non è quello di studiare la mente del consumatore al fine di arrivare a poter premere il magico pulsante “acquista”. L’obiettivo è quello di studiare il consumatore per migliorare le capacità di prodotti e servizi di soddisfare i suoi bisogni. E per fare questo, occorre indagare i suoi sistemi di percezione, i suoi processi cognitivi, il ruolo delle emozioni, l’interpretazione delle informazioni, il peso della razionalità e così via. Se, infatti, nel progettare un prodotto o un servizio, siamo ancora all’oscuro di tali indicazioni, rischiamo di effettuare delle scelte (sul design, sui colori, sulla comunicazione) che, in quanto “disturbano” l’individuo (a volte, anche a livello inconscio, quindi, all’insaputa dell’individuo stesso), possono vanificare tutti i risultati raggiunti a livello delle funzionalità del prodotto e della sua capacità di soddisfare i bisogni.

“L’obiettivo che oggi il marketing si pone è quello di indagare, non più solo sul comportamento del consumatore, ma sulla sua mente, sulla sua soggettività, sui suoi desideri, sulle sue emozioni e percezioni, in rapporto a un prodotto o a una comunicazione, al fine di capire meglio i suoi bisogni e soddisfarli.”

(Marketing Emozionale e neuroscienze – F. Gallucci, Egea)

 

“È, in sostanza, la possibilità, per la ricerca orientata al marketing, di definire una sorta di vera e propria “grammatica” della parte destra del cervello mano, quella cioè dove risiedono gli stati affettivi e le pulsioni fondamentali sia nella vita sentimentale che in quella di “consumatori”.

“Andare a cercare e indagare in questa parte rimasta ignota per così tanto tempo a chi si occupa di mercato e delle strategie connesse, è un passo avanti che apre orizzonti finora sconosciuti, ottenendo un doppio risultato: la soddisfazione delle strutture produttive che vedono ampliare i propri volumi in termini di vendita e di fatturato e, al contempo, offrire al consumatore una comunicazione pubblicitaria gradita, non “inquinante” e fuori dagli schemi stereotipati che vedevano la pubblicità stessa, per molti versi, come qualcosa di impositivo.”

(Emotional assets – G. Abbate, U. Ferrero, Casa Editrice Finedit Italia)

 

È chiaro che, come per altri studi scientifici, anche in questi ambiti ci possono essere applicazioni rivolte in diverse direzioni, incluse alcune con evidenti risvolti etici e guidate dalla volontà di influenzare i comportamenti dei consumatori. Ma il po­ten­zia­le uso non etico di metodi e strumenti è un ri­schio con­cre­to: c’è sempre stato e sempre ci sarà. Usando le parole del Prof. Francesco Gallucci, possiamo solo considerare che:

Le ras­si­cu­ra­zio­ni alle in­quie­tu­di­ni ge­ne­ra­te da que­ste sco­per­te fon­da­men­ta­li pos­so­no venire solo dalla loro di­vul­ga­zio­ne al gran­de pub­bli­co e dal di­bat­ti­to aper­to a tutte le com­po­nen­ti della so­cie­tà.

 

Riferimenti bibliografici:

– Marketing Emozionale e neuroscienze – F. Gallucci, Egea

– Emotional assets – G. Abbate, U. Ferrero, Casa Editrice Finedit Italia

 

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IL CONTENT MARKETING E LA BIANCHERIA INTIMA

Il segreto di un “contenuto” sta nel titolo.

È possibile imparare a formulare dei titoli efficaci? Scrivere un post che stimoli interazioni? Pubblicare annunci Adword che attraggono potenziali clienti? È possibile far riferimento a delle semplici linee guida? Si, certo, e in questo articolo vedremo delle indicazioni utili per chi intende migliorare queste importanti abilità. Importanti perché il risultato di pubblico che un contenuto andrà ad ottenere, che sia un articolo, una news del sito, una newsletter, una email, ma anche un video, un’immagine, un’infografica, si decide in quelle poche parole iniziali.

Insomma, un titolo deve colpire, attrarre l’attenzione; deve far “intravedere” il contenuto ma, allo stesso tempo, lasciare delle tracce di mistero; deve affascinare e far venire l’acquolina in bocca; deve promettere ma mai tradire.

Esatto! Proprio come un completino di biancheria intima. E come questo, soprattutto, deve spingere a spogliare, scoprire, leggere, cliccare.

Per questo è fondamentale dedicare tempo ed energie alla formulazione di titoli efficaci, perché sono proprio i titoli ad avere il compito di condurre alla fruizione del contenuto completo il numero maggiore possibile di appartenenti al target di riferimento. Accontentarsi di un titolo approssimativo, dunque, può vanificare tutto il ben fatto.

Ma alziamo l’asticella, e cerchiamo di ampliare la portata dell’utilità di queste indicazioni.

Il buon post si vede dal mattino

Ciò che usualmente viene definito “titolo”, in realtà, è associabile ad altri importanti format testuali, che si sono diffusi con le principali forme di comunicazione digitale, e che svolgono ugualmente il ruolo di anticipare un contenuto. Possiamo ricondurre la pratica di formulare dei titoli, ad esempio, anche alla scrittura di:

  • post di socialnetwork (soprattutto quelli con cui si condividono particolari contenuti);
  • annunci testuali di AdWords;
  • oggetti delle email.

L’importanza di questi format emerge soprattutto perché, spesso, sono elementi di riferimento di campagne e iniziative di marketing e comunicazione, in cui il risultato di “engage” del target si lega alla proposta di contenuti vari: analisi, articoli, informazioni, consigli, attraverso post sponsorizzati, campagne Google pay per click, campagne DEM (Direct Email Marketing) e varie forme di content marketing (sezione news del sito, blog, newsletter ecc.). Tutta una serie di attività per le quali, di solito, vengono dedicati dei budget finanziari e l’impegno di risorse umane. Commettere errori, perciò, significherebbe sprecare tempo e denaro.

In tutti questi ambiti abbiamo sempre, o quasi, una componente testuale iniziale che viene posta all’attenzione e che, con poche parole, deve cercare di “traghettare” il lettore verso la fruizione integrale del content.

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Le probabilità di raggiungere il risultato sperato aumentano se, nel formulare il titolo, si dedica attenzione a determinati aspetti che spaziano dalla semantica, alla sintassi, alla creatività e all’ergonomia cognitiva.

Prima di procedere, però, facciamo una breve premessa.

Nella ricerca di un tiolo efficace occorre non perdere mai di vista due aspetti molto importanti:

1) il target, ovvero il profilo, o i profili, con determinate caratteristiche comuni, ai quali si intende rivolgersi e per i quali è stata modulata l’elaborazione del contenuto; ma prima di quest’ultimo, è proprio il titolo a dover “parlare” e farsi capire dal pubblico scelto.

Il vescovo Berkeley (che, vi rammento, è stato un profeta della grandezza degli Stati Uniti) ha detto che il sapore della mela non si trova nella mela – che non può gustare se stessa – né nella bocca di colui che la mangia. Ci vuole un contatto fra l’una e l’altra.

(Jorge Luis Borges in L’invenzione della poesia – Oscar Mondadori)

 

2) non creare mai delle attese che, poi, il contenuto non è in grado di soddisfare. Tradire la fiducia di un lettore attraverso un titolo che, rispetto agli argomenti esposti, si rivela menzognero è molto pericoloso e si ritorce sempre contro. Dio perdona, il pubblico forse, il target no.

Bene, ora andiamo al sodo.

 

 

In poche parole

Innanzitutto, prendiamo in considerazione quella che dovrebbe essere la lunghezza di un titolo e la prima raccomandazione è di sintetizzare sempre e comunque. In particolare, le esperienze che si sono succedute nei mestieri del copywriting, almeno fino ad oggi, indicano delle “misure” abbastanza precise e collaudate: l’ideale è un titolo con al massimo circa 5/6 parole e 50 battute (spazi inclusi). Questa raccomandazione si basa sull’esigenza di permettere al lettore di recepire, in maniera rapida e semplice, l’essenza di un contenuto e, quindi, la sua significatività da un punto di vista qualitativo.

Ma non solo.

La necessità di formulare titoli con precisi caratteri di brevità fa riferimento anche a delle esigenze connesse con i processi di percezione visiva e di visione attentiva.

In contesti di sovraffollamento comunicativo, la “misura”, o anche una grossolana stima, del numero di parole che costituiscono un titolo, a prescindere dal loro significato, consente al sistema cognitivo del lettore di acquisire innanzitutto un’importante informazione: quella di poter valutare la significatività del contenuto in maniera rapidissima, immediata e, soprattutto, con poco sforzo. Questa è una valutazione che il nostro sistema cognitivo svolge, spesso, a livello inconscio.

Pensiamo, ad esempio, a una pagina di un quotidiano, a un sito di news online, al sommario di una rivista specializzata ecc.

content marketing

 

Mentre l’attenzione conscia è dedicata a determinati punti, magari proprio alla lettura di altri titoli, la nostra mente, attraverso la visione periferica (con la coda dell’occhio, per intenderci), “pesa” gli altri oggetti (titoli) in prossimità, per decidere verso quali direzionare, successivamente, il nuovo focus attentivo.

Si tratta di quelle valutazioni anticipatorie che hanno il compito di decidere le direzioni dei cosiddetti movimenti saccadici, ovvero quei movimenti oculari con cui, quando abbiamo necessità di acquisire informazioni dall’ambiente esterno, spostiamo la nostra attenzione visiva da un punto all’altro con scatti e movimenti rapidi.

Già Steve Krug (2014) aveva rilevato che “We don’t read pages. We scan them.”. Ma gli studi condotti negli ambiti dell’ergonomia cognitiva, in particolare nei processi di interazione con dei display, ci consentirebbero anche di approfondire ulteriormente questo concetto, affermando:

First of all, we don’t scan what, but how much…”.

Ovvero, la fase iniziale di questa scannerizzazione è quasi un riflesso istintivo, che non è finalizzato all’interpretazione semantica e, quindi, del significato delle parole; bensì, innanzitutto, ad una valutazione quantitativa della loro lunghezza e, perciò, dell’impegno che richiederebbe la successiva lettura.

Questo “riflesso”, di fronte a più titoli presenti nel nostro orizzonte visivo, potrebbe decidere di guidare via via l’attenzione verso i titoli più brevi e, quindi, più “economici” da un punto di vista cognitivo. Il nostro sistema mentale, infatti, è naturalmente orientato a risparmiare risorse e, perciò, andrà a guidare l’attenzione, innanzitutto, verso quei titoli che consentono un impegno minore.

Riuscire ad attrarre questo focus attentivo può essere determinante per emergere dal caos e, quindi, “catturare” il lettore, soprattutto in particolari situazioni mediatiche, come:

  • in contesti competitivi, con la concorrenza di altre “sirene” che cercano di catturare i moderni cyber Ulisse;
  • in ambiti in cui le impostazioni grafiche che possono influenzare la gerarchia visiva e la percezione attentiva (contrasti cromatici, gerarchie spaziali, layout e griglie, grandezza dei font ecc.), sono predefinite, o comunque, stabilite da altri soggetti (ad esempio gli editori).

 

La semplicità ha il dono della sintesi emozionale,

il privilegio di raccontare universi esistenziali in qualche parola,

a volte nessuna.

(Michelangelo da Pisa)

 

content marketing

 

Stuzzicare ma non saziare

È chiaro che, con il titolo, occorre dare un’idea dell’oggetto del contenuto; o meglio, mettere in evidenza quegli aspetti (informazioni, tematiche, consigli ecc.) che rendono particolarmente interessante il contenuto agli occhi del lettore al quale è destinato. Questo, forse, è l’esercizio più importante e più difficile perché l’obiettivo è quello di stuzzicare, dare un assaggio del piatto. Un assaggio gustoso. Ma, comunque, solo un assaggio.

content marketing

Questo dosaggio, perciò, deve essere condotto cercando il giusto equilibrio con l’esigenza di non scoprire subito “tutte le carte”, perché l’obiettivo principale, comunque, è sempre quello di condurre il lettore alla visualizzazione del contenuto completo.

 

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Alchimie di creatività

Una marcia in più ad un titolo può derivare dalla creatività che riesce a sprigionare. Un risultato che può essere raggiunto attraverso un impiego diverso, “non convenzionale”, delle parole (in particolare delle “parole chiave”) che riteniamo possano generare interesse per il nostro contenuto.

Si tratta di riuscire a trovare i possibili incastri tra le keyword di riferimento e le terminologie e le forme espressive maggiormente diffuse e, perciò, in grado di rendere l’alchimia creativa apprezzabile in maniera, più o meno, chiara e lampante.

A questo scopo può essere particolarmente utile giocare con le parole prendendo in considerazione il loro significato e le possibili, diverse, interpretazioni. Partire, cioè, dal loro significato letterale (nella lingua di appartenenza) per cercare eventuali impieghi alternativi resi possibili dal linguaggio parlato, popolare, tecnico del settore di riferimento.

Particolarmente utile può rivelarsi la considerazione dell’omofonia di parole che si scrivono in maniera identica o simile ma hanno un significato diverso. Questa pratica rientra, soprattutto in ambito giornalistico, in quegli esercizi di stile che vengono definiti “calembour“.

Provate a svelare i riferimenti a cui “strizzano l’occhio” i titoli che seguono:

L’eccezione conferma la tegola

Nessuna nuora, buona nuora

Chi si informa è perduto

Il Grande Fardello

Plaid Runner

Via col lento

Il Signore degli Agnelli

Mafia tempora currunt

Se questo è un uovo

La guerra dei ponti

Viaggio al centro della serra

La Tigre e il Pavone

 

Come si può notare, i risultati più efficaci si ottengono, spesso, trovando degli incastri con i titoli di opere famose (libri, film, programmi televisivi ecc.), con modi di dire, con proverbi, con aforismi e così via.

In questi casi, infatti, si vanno a sfruttare dei riferimenti molto diffusi e conosciuti (sia a livello di cultura generale, sia a livello di cultura specifica di un determinato settore) che permettono di rendere evidente, e quindi apprezzabile in maniera immediata, l’”artificio” linguistico.

Altrettanto efficace può rivelarsi stuzzicare la curiosità del lettore attraverso un utilizzo originale di figure retoriche come, ad esempio:

a) le similitudini, proponendo un confronto “non convenzionale”, ovvero tra due elementi che apparentemente non sembrano avere niente in comune, suggerendo, in questo modo, che l’oggetto del contenuto andrà a svelare quali sono le caratteristiche comuni. Ad esempio:

Pelè gioca da Dio

Usare la penna come una spada

Lewis: veloce come il vento

Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie (Giuseppe Ungaretti in Soldati)

 

b) le metafore, considerate anche come similitudini abbreviate. Queste figure si hanno quando ad una espressione o ad una parola ne vengono sostituite altre che consentono di esprimere un concetto e un senso particolari. Ad esempio:

capelli d’oro

il tramonto della vita

mani di pastafrolla

la pecora nera

sono piovute proteste

avere il cuore in gola

 

c) gli ossimori, quando dei termini antitetici vengono uniti in maniera paradossale, per creare una particolare enfasi proprio attraverso l’evidente contrasto:

una fredda estate

un silenzio che dice molto

ghiaccio bollente

un equilibrio instabile

l’amore è eterno finchè dura

 

content marketing

 

Titolo, occhiello, sommario e catenaccio

In molti ambiti, inoltre, ci possono essere degli alleati che, per vocazione, sono proprio disposti a soccorrere il titolo. Parliamo innanzitutto del sottotitolo, spesso presente, e che deve essere sempre pronto a fare da “spalla” al suo fratello maggiore. Nelle diverse aree editoriali, comunque, se ne possono avere anche altre forme, ciascuna delle quali ha una funzione precisa.

L’occhiello introduce il titolo, magari chiarendone l’ambito e l’area tematica; Il sommario è una sintesi, in poche righe, del contenuto; il catenaccio, quando c’è, è una sorta di secondo titolo.

Per tutti vale il requisito della semplicità, della scorrevolezza e del ritmo. In particolare, occorre evitare periodi complessi, abusi di aggettivi, cercando, soprattutto, di non ripetere mai gli stessi termini.

Insomma, parole ed espressioni devono essere considerate come materie prime e semilavorati da smontare e rimontare, assemblare, collegare, incastrare, al fine di elaborare una formula efficace per suscitare interesse, curiosità e fascino.

A questo punto è utile riassumere le principali indicazioni:

a) il target al centro;

b) vietato tradire;

c) attenzione alle dimensioni;

d) stuzzicare ma non saziare;

e) spiazzare con creatività.

Come tutte le buone ricette, il dosaggio di ogni ingrediente deve essere deciso in base al sapore che il piatto finale deve avere.

Spieghiamoci meglio.

Ognuno dei principali format che abbiamo associato ai titoli (post condivisi, annunci testuali Google AdWords, oggetti delle email) ha delle caratteristiche, dei target e degli obiettivi specifici che possono richiedere un dosaggio diverso dell’attenzione da dedicare a ogni indicazione suggerita.

Rispetto a ciascun format possiamo far riferimento a delle accortezze di carattere generale e che, comunque, andrebbero approfondite e sviscerate ex-novo per ogni singolo progetto.

 

Gli annunci testuali di Google AdWords 

Molta attenzione deve essere dedicata ai punti a) e b). Per quanto riguarda il punto d), si tratta di esprimere al meglio le caratteristiche, i benefit e la Call To Action per la proposta di beni e servizi che si intendono promuovere. Mentre il requisito del punto c), in pratica, è obbligato, perché ogni elemento dell’annuncio non può superare un determinato numero di caratteri.

google adwordsInfine, il punto e) potrebbe risultare addirittura controproducente. Marshall & Todd (2012, p. 58) arrivano anche a delle affermazioni alquanto drastiche, condivisibili e non:

Tuttavia un bello stile di scrittura è un netto svantaggio, così come lo è uno stile letterario. Queste caratteristiche distraggono l’attenzione dal soggetto… Gli oratori più fini raramente sono buoni venditori… I venditori di successo raramente sono buoni oratori… sono uomini schietti e sinceri che conoscono bene i loro clienti… La stessa cosa è valida per la scrittura degli annunci.”

L’oggetto delle email

Molto importanti sono i requisiti a), b) e c). Il requisito e) è da dosare in base al punto a) e al tipo di email (comunicazione interna o esterna). Ma il punto più importante è sicuramente d) perché l’obiettivo primario dell’email è quello di essere “aperta” e, quindi, diventa determinante stimolare l’azione del click, sia che si tratta di comunicazione interna aziendale sia che si tratti di iniziative di marketing (campagne DEM). Un obiettivo che può essere agevolato mettendo in risalto nell’oggetto anche uno soltanto degli elementi specifici alla base del contenuto.

Facciamo alcuni esempi:

 

Tutti gli eventi dell’Estate in città

Estate in città con Ligabue e Jovanotti

 

Tutti i dati della pubblicità 2015

Pubblicità 2015: Internet supera la stampa

 

La classifica delle auto più vendute nel 2015

Vendite auto 2015: la BMW è solo terza

 

Cena aziendale venerdì 10

Cena aziendale: manca solo il tuo si

 

I post sponsorizzati di Facebook

Nonostante il numero dei caratteri vincolato, è sempre bene considerare il requisito c), soprattutto in base all’obiettivo specifico della campagna.

facebook marketing

 

Il dosaggio dei requisiti d) ed e) deve essere deciso in tutto e per tutto in base alle indicazioni di a). Per quanto riguarda il punto b), che dire: stampate un post-it e attaccatelo sul display del pc.

Bene, non resta che fare pratica. Già, perché per imparare a scrivere dei titoli efficaci non esiste metodo migliore che osservare e allenarsi.

Osservare, per riconoscere un buon titolo (o uno cattivo), analizzandone i punti di forza (o di debolezza). La parola d’ordine, quindi, non può che essere: leggere, leggere, leggere.

Allenarsi, perché ogni abilità può essere sviluppata e migliorata soltanto con la pratica.

Un esercizio utile e anche divertente può essere questo: prendere un contenuto che ha suscitato un certo interesse; analizzarlo; cancellare il titolo originale e riscriverlo finchè il risultato soddisfa.

In conclusione, mi piace sottolineare che queste indicazioni non pretendono di essere delle regole esaustive, ne tantomeno degli insegnamenti. Tant’altro ci sarebbe da dire, ad esempio sull’utilizzo della punteggiatura e sul supporto delle immagini. Ma, soprattutto, tutti coloro che si sono appassionati, per lavoro o divertimento, alla scrittura, e a tutto ciò che le ruota attorno, sanno benissimo che ciò che si è appreso è ben poca roba rispetto a ciò che resta da imparare. Perciò, i contenuti di questo approfondimento intendono essere perlopiù dei punti di vista, frutto dell’esperienza, che, spero, si possano rivelare utili per ampliare analisi e fornire spunti di riflessione.

Vedo me stes­so es­sen­zial­men­te come un let­to­re. Mi è ac­ca­du­to di av­ven­tu­rar­mi a scri­ve­re, ma ri­ten­go che quel­lo che ho letto sia molto più im­por­tan­te di quel­lo che ho scrit­to. Si legge quel­lo che piace leg­ge­re, ma non si scri­ve quel­lo che si vor­reb­be scri­ve­re, bensì quel­lo che si è ca­pa­ci di scri­ve­re.” (Jorge Luis Borges)

 

Compiti per casa

Supponiamo di avere diverse tipologie di contenuto per le quali occorre formulare dei titoli efficaci. Quali sarebbero le vostre proposte? Alla fine dell’articolo ci saranno le nostre.

Esercizio 1

Format: articolo per portale di settore

Target: dirigenti d’azienda

Oggetto: l’articolo analizza l’importanza dei processi di pianificazione e di formulazione delle strategie aziendali, mettendo in risalto i principali rischi di una loro omissione.

Sottotitolo: “Pianificazione e strategia d’impresa: mai navigare a vista!”.

Titolo?

 

Esercizio 2

Format: post di socialnetwork per gallery fotografica

Target: amanti della fotografia

Oggetto: la gallery raccoglie le foto scattate all’alba nelle località più suggestive del pianeta.

Post?

 

Esercizio 3

Format: articolo per portale di notizie sportive online

Target: lettori del quotidiano

Oggetto: l’articolo parla del calciatore brasiliano Dodò, José Rodolfo Pires Ribeiro, neo acquisto dell’Inter. Nonostante l’assenza di infortuni, l’apporto del calciatore al gioco della squadra milanese non è ancora quello che i dirigenti si aspettavano al momento della scelta di investimento.

Sottotitolo: Il terzino brasiliano rischia la panchina

Titolo?

 

Esercizio 4

Format: email

Target: cittadini della Sardegna

Oggetto: l’email annuncia la disponibilità degli ultimi dati (con il link dedicato) sulla diffusione del fumo e delle patologie connesse. Tra le regioni italiane spicca la Sardegna per l’alto numero di fumatori.

Oggetto?

 

Esercizio 5

Format: banner su un quotidiano sportivo online

Target: professionisti e dirigenti tifosi della squadra di calcio Udinese

Oggetto: è il 1996, e l’Udinese Calcio festeggia i cento anni dalla sua fondazione. La celebrazione prevede un programma di eventi in città durante il fine settimana. Dal banner si atterra su una landing page dove si invitano gli interessati ad iscriversi alla newsletter per essere aggiornati su tutti gli eventi e per ricevere i gadget celebrativi.

Sottotitolo: Tre giorni di festa dedicati a noi.

Titolo?

 

 

Le nostre soluzioni:

Esercizio 1

Escogito ergo sum.

Esercizio 2

#Albacadabra.

La magia di un giorno che inizia.

Esercizio 3

Aspettando Dodò

Esercizio 4

Tutti i dati: Sardegna L’isola dei fumosi

Esercizio 5

Cent’anni di solo Udine

 

 

Riferimenti bibliografici:

– Krug S. (2014) – Don’t make me think. Un approccio di buon senso all’usabilità web e mobile – Tecniche Nuove, Milano, 224 pp.

 Marshall P. & Todd B. (2013) – Google AdWords. La guida definitiva – Hoepli Informatica, Milano, 328 pp.

– Borges J. L. (2004) – L’invenzione della poesia. Le lezioni americane – Mondadori, Milano, 146 pp.

 

 

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INTERNET MARKETING E CARPFISHING

Il Web Marketing non esiste.

Qualche mese fa sono stato invitato a fare un intervento in un convegno della FIAIP (Federazione Italiana Agenti Immobiliari Professionali) presso Confindustria Pescara. Un pomeriggio dedicato all’analisi delle prospettive di crescita degli operatori del settore immobiliare. Il tema del mio intervento era il Web Marketing e le opportunità di crescita attraverso l’impiego degli strumenti messi a disposizione dalla rete Internet.

web marketing

 

La mia esposizione è iniziata con questa slide:

web marketing

 

Il Web Marketing, dunque, non esiste. Una provocazione, chiaramente, ma fino a un certo punto, perché un pò si sta esagerando. Sembra che si stia diffondendo l’idea che il Web Marketing sia una disciplina specifica, con tanto di “professori” e di titoli “accademici”. Ma quali dovrebbero essere le tematiche di questa disciplina? Il pannello di controllo di Google AdWords? Oppure dei post sponsorizzati di Facebook? Le funzionalità di Youtube? O di qualsiasi altro strumento digitale? Mi sembra un pò poco. Perché, per tutto il resto, stiamo parlando di Marketing e non di Web Marketing. Il Web è uno strumento, uno dei canali che l’azienda ha a disposizione per stabilire una relazione con tutti i suoi interlocutori e gli stakeholders. E, al pari degli altri canali, il suo utilizzo deve essere ricondotto all’interno della strategia con la quale si intende governare il presente e il futuro dell’azienda, valutando quello che può essere il suo contributo “alla causa”. Le modalità di utilizzo della Rete, gli strumenti di cui avvalersi, gli ambienti virtuali da raggiungere e così via, devono essere studiati affinchè ci sia completa coerenza con le direzioni che l’azienda intende prendere relativamente alla sua presenza sul mercato (vantaggi competitivi, piani di sviluppo, posizionamento, immagine aziendale ecc.). Solo in questo modo il Web può potenziare i punti di forza e agevolarne la loro traduzione in percentuali di mercato.

web marketing

È chiaro che tutto questo richiede una conoscenza approfondita dei caratteri e delle caratteristiche della rete Internet, ma sempre in termini di Marketing: come si può raggiungere il pubblico? In che modo il Web permette di stabilire una relazione bidirezionale con i clienti? In che maniera permette di aumentare la loro soddisfazione? In che maniera il Web, e i suoi strumenti, consente di comunicare il valore del mio prodotto? Ma per queste e tante altre analisi occorre innanzitutto sapere qual è il pubblico e chi sono i clienti; occorre sapere quale relazione si deve instaurare con loro; occorre sapere come il prodotto soddisfa i loro bisogni e le loro esigenze; occorre sapere quali sono i punti di forza rispetto alla concorrenza e come devono essere comunicati in maniera coerente con i valori che si intendono trasmettere. E così via. Tutto questo è Marketing, non Web Marketing. Punto. Una volta effettuate queste analisi, si può passare alla valutazione, negli ambiti della rete Internet e delle tecnologie digitali, delle modalità con cui utilizzare il Web, degli strumenti da adottare (sito, landing page, Google AdWords, campagne email ecc.), dei budget da dedicare, dei mercati e degli ambienti virtuali da preferire (portali di settore, socialnetwork, forum e community ecc.). Tutto ciò, dunque, è molto di più di una ricerca di keywords, o di un settaggio delle impostazioni di una campagna sponsorizzata su Facebook, o di un inserimento delle parole chiave nel codice HTML, o di altri interventi SEO ecc. ecc.

Internet marketing

Chi dorme non piglia pesci

Ed è a questo punto che, per fugare ogni dubbio, vengono fuori la mia esperienza nell’ambito del carpfishing e le analogie che lo accostano a queste tematiche (escludendo, sia chiaro, qualsiasi analogia tra i clienti e i pesci che finiscono nel retino! Ci serviamo di questo accostamento esclusivamente per semplificare l’esposizione). Il carpfishing è una particolare tecnica di pesca utilizzata per la cattura delle carpe. Anche nel carpfishing c’è una conoscenza di base, una strategia di pesca da definire, e poi ci sono gli strumenti specifici che si possono utilizzare, come le canne, i mulinelli, gli avvisatori elettronici, il guadino, gli ami e così via. Ma tutti questi strumenti, senza determinate conoscenze e strategie, si possono rivelare del tutto inutili. Infatti, si può anche avere, ad esempio, una canna di alta qualità da 4.000 euro, ma la giornata di pesca finisce comunque con un drammatico zero in “catture” se, prima della sessione di pesca, non si sono raccolte informazioni su quali tipi di pesci, oltre alle carpe, ci sono in quel lago, quali sono gli aromi delle esche che preferiscono le carpe in quelle acque, quanto e come incide la stagione e le temperature (atmosferiche e delle acque), il tipo e la profondità del fondale, la presenza di correnti ecc. Più è la conoscenza di questi dettagli e maggiori sono le probabilità di pescare (e poi rilasciare: sempre e solo pesca sportiva!) delle belle carpe, anche con l’impiego di attrezzature modeste.

 

Internet marketing

 

Mentre non è vero il contrario. Ovvero, se non si è padroni di questi “segreti”, la qualità dell’attrezzatura è del tutto inutile e si può tranquillamente restare a casa, risparmiandosi di alzarsi, ad esempio, all’alba di un freddo giorno di Dicembre, perché il rischio sarebbe quello di catturare soltanto un bel raffreddore. E passare anche solo 4 ore senza vedere nemmeno l’ombra di una carpa è dura. Ve lo assicuro.

 

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UN CLOWN CI SALVERÀ?

La bellezza più forte di tutto: questa è una storia vera.

Diciamolo subito: in questa analisi cerchiamo di mettere insieme un’azienda italiana, una fiera in Germania, un idiota, uno scarafaggio e Madre Teresa di Calcutta. Nient’altro?!? No. Forse si. Vedremo. Comunque, chiedo venia in anticipo per la presunzione. Il mio sarà solo un tentativo, quasi un gioco,  di raccogliere un insieme di riflessioni sulle quali mi sono soffermato in alcune delle mie notti di studio. Ma partiamo dall’inizio.

Un pomeriggio estivo. Un’azienda nostra cliente doveva partecipare a una importante fiera in Germania, il Glasstech di Düsseldorf. L’azienda è una bella realtà emiliana il cui fatturato, circa 60 milioni di euro, viene realizzato quasi esclusivamente all’estero e, perciò, esprime un importante contributo per la valorizzazione del Made in Italy in settori a elevato contenuto tecnologico. La sua produzione, infatti, si concentra sugli impianti automatizzati per la pallettizzazione e l’allestimento di linee di trasporto di bottiglie di vetro (e in PET). Le bottiglie sono di diverse tipologie e, soprattutto, con diversi colli, ciascuno dei quali richiede una specifica “presa” affinchè la bottiglia possa essere “afferrata” e trasportata.

glasstech

In occasione della fiera, l’azienda avrebbe presentato un’innovazione tecnologica che permetteva di poter cambiare automaticamente la tipologia di bottiglia lavorata, senza dover intervenire manualmente sulla macchina e, quindi, con una maggiore continuità produttiva. L’esigenza, perciò, era quella di elaborare una comunicazione che dava risalto a questo punto di forza, e applicarla ai vari strumenti che venivano attivati per l’evento (grafiche dello stand, pagine advertising, inviti, banner per il sito Internet ecc.). Così, verso le 16 e 30 ci troviamo in riunione, cercando di sviscerare tutti gli aspetti tecnici (e non) alla ricerca di uno spunto, una chiave, per la creazione di un visual “forte”, accattivante, capace di attirare l’attenzione, iniziando a raccontare una storia (ma, per favore, non parliamo di storytelling) e, allo stesso tempo, stimolare la curiosità di continuare a scoprirla.

briefing

Il mio ruolo all’interno dell’agenzia non è proprio quello del creativo, eppure mi passa un’idea per la mente, e la butto lì, ma senza pretese: un giocoliere che fa roteare in aria diverse tipologie di bottiglie, trasmettendo un senso di rapidità e agilità? Certo, il contesto non sarebbe dei più pertinenti, perché si tratta di una fiera BtoB, nell’ambito di un settore molto industriale, meccanico e, come se non bastasse, in Germania. Luigi, l’Art Director, comunque, procede con una prima ricerca di immagini, ed è qui che c’è stato il classico colpo di fortuna. Perché una delle prime risposte della ricerca è stata un’immagine che ci ha colpito subito, molto particolare, con uno stupendo soggetto, dei colori molto particolari, che si sposavano benissimo con l’idea di stile che avevamo in mente… insomma, era questa.

 clown

Luigi valuta subito che non sarebbe difficile sostituire le lampadine con delle bottiglie. Bene. Lavoriamo anche con questa ipotesi. Alla fine il risultato è più che soddisfacente, così presentiamo all’azienda le diverse alternative. Ma da subito non c’è storia. La “clown giocoliera” riscuote un consenso unanime. Vogliono lei. Così il reparto grafico procede con il declinare il visual nelle diverse applicazioni, vengono stampati i materiali, mandati gli inviti, pubblicate le pagine pubblicitarie ecc.

clown giocoliere

Arriva la fiera, ed è un successo. La giocoliera ha svolto egregiamente il suo compito. Ha meravigliato, ha attratto, ha affascinato, ha incuriosito. Fornitori, clienti, collaboratori, più o meno tutti si sono complimentati con l’azienda per aver portato un’aria nuova, fresca, in ambienti di solito molto, forse troppo, prudenti verso idee che non siano le solite.

immagini03

immagini04

Tutto bene, dunque, ottimo lavoro. Eppure…

Sin dall’inizio, togliendomi il cappello del “piccolo creativo” e rimettendo quello solito di uomo di marketing, avevo avvertito uno strano ronzio nelle orecchie. C’era qualcosa che non tornava o, meglio, stonava. Il messaggio che veniva veicolato con il visual poteva avere delle interpretazioni, anche a livello inconscio, che rischiavano di produrre degli effetti non voluti. C’erano delle componenti errate, perché non erano coerenti con i “plus” e con l’immagine che si intendevano valorizzare e rafforzare relativamente al prodotto e all’azienda. Già. Perché il compito degli impianti realizzati dall’azienda, in fondo, non è solo quello di trasportare le bottiglie in maniera rapida, automatica e senza intoppi. Ma è anche quello di prendersi cura delle bottiglie, di salvaguardarne la “vitrea” integrità, facendo in modo che non si danneggino durante il loro tragitto da una postazione all’altra. Ed io, se volessi garantire questa integrità delle bottiglie, di certo non le metterei nelle mani di un giocoliere che le fa roteare in aria. Questa immagine potrebbe suscitarmi l’idea che, da un momento all’altro, una bottiglia gli può sfuggire di mano cadendo e finendo in frantumi. Il visual, perciò, poteva suscitare la percezione di una sensazione di rischio, di precarietà, di equilibrio labile, in cui ad essere messe in pericolo sarebbero proprio quelle bottiglie di cui, invece, si dovrebbe garantire l’incolumità. Il visual, dunque, a conti fatti, presentava degli errori. Il brutto, in questi casi, è che non si può avere una misura di quanto possono essere rilevanti questi errori.

Target delle mie brame, qual’è il visual più bello del reame?

È molto difficile prevedere quali, delle possibili chiavi lettura, alla fine prevale sulle altre. Se ne può avere un’idea. Si. Ma, allo stesso tempo, si sa che questa idea non può essere tradotta in certezze, perché lo staff che ha elaborato il visual è condizionato dall’ispirazione iniziale e da tutto il lavoro che ne è conseguito successivamente. La sua visione non può essere oggettiva, perché condizionata dalle elaborazioni mentali di partenza. Questo rischio ci faceva pensare.

dubbio

Per questo abbiamo effettuato dei test per raccogliere dei feedback, sottoponendo il visual a piccoli focus group in grado di rappresentare (almeno per caratteri anagrafici e professionali) il target del nostro cliente. I risultati sono stati buoni, ma il campione non era completo perchè mancava un riscontro inerente i diversi contesti culturali del target finale. E, quindi, il dubbio, seppur marginale, restava. È chiaro che, in questi casi, non si può pensare di partorire dei messaggi perfetti. Quando si vuole raggiungere un risultato importante si deve essere disposti a sacrificare qualcosa e a correre dei rischi. Nel caso del nostro visual, abbiamo ritenuto che la bellezza, il colpo d’occhio, il fascino dell’immagine finale, e le chiavi positive del suo messaggio (agilità, bravura, talento ecc.), alla fine, avevano tutte le potenzialità per garantire un ottimo risultato, sopperendo anche a quelle che potevano essere le interferenze delle chiavi negative (rischio, pericolo, precarietà ecc.). Anzi, proprio la bellezza, il fascino, avrebbero favorito una predisposizione soggettiva (ed emotiva) a darne una lettura positiva. E, nei fatti, così è stato. È stata la bellezza ad avere la meglio. In tutti i sensi.

Un principe piccolo

La bellezza della giocoliera, dei suoi colori, del suo sguardo, della sua abilità, ha attratto, ha incuriosito, ha stimolato una volontà di capire, di instaurare una relazione, di essere aperti verso qualcosa di diverso. La forza comunicativa di questa bellezza è stata tale da riuscire anche a sanare i difetti del messaggio complessivo, o meglio, a disinnescarne i possibili effetti indesiderati. Dunque, è vero? Forse aveva ragione il principe Miškin?

«È vero principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?»

 

principe piccolo

Lui, il principe, è il protagonista de L’idiota di Fëdor Dostoevskij. Ma di quale bellezza parla il principe? Bella domanda. Questo è uno dei temi più discussi che, dalla celebre frase “La bellezza salverà il mondo”, ha raccolto ipotesi interpretative da parte di studiosi di numerose discipline, dalla letteratura alla teologia, dalla filosofia alla psicologia. Lo stesso principe Miškin sembra non avere le idee chiare.

«È difficile giudicare la bellezza; non ci sono ancora preparato. La bellezza è un enigma.»

Sembra chiaro, comunque, che il concetto che si cerca di indagare vada oltre il riferimento alle semplici proprietà formali, dirigendosi verso dimensioni soprattutto etiche. Innanzitutto, però, ritengo sia utile partire dalla figura di questo principe “idiota”, per il quale la penna del suo stesso autore scrive: “L’idea centrale del romanzo – scrive Dostoevskij in una lettera alla nipote Sonija Ivanova – è di descrivere un uomo assolutamente buono.” Il progetto dell’autore russo sembrerebbe quello di raccontare un uomo che sia espressione di un animo talmente puro da poter indicare la strada per la redenzione del mondo. Un animo che “comprende tutto, trova una ragione per ogni cosa, niente per lui è imperdonabile o inguaribile.” (Andrea Oppo in Quale bellezza salverà il mondo? L’idiota di Dostoevskij e un difficile enigma). Sin dalle prime pagine del romanzo, infatti, l’aspetto del principe che mi è sembrato emergere è stato proprio una sua sincerità biologica, costituzionale, quasi disarmante, con un approccio relazionale caratterizzato dall’assenza di qualsiasi filtro in grado di mediare la traduzione del pensiero in parola.

«E quanto al sesso femminile, principe, siete un gran cacciatore? Avvertitemi in anticipo!»

«Io, n-n-no! Io, anzi… Voi probabilmente non lo sapete, ma a causa della mia malattia congenita non ho mai conosciuto donne.»

Una particolare innocenza che, di solito, raggiunge il suo apice nei malati di mente, perchè costoro hanno uno schema razionale che non conosce mala fede, secondi fini, interessi speculativi, e la loro esperienza di vita non viene contaminata dai peccati del mondo. Se è vero, come qualcuno ha detto, che solo chi non ha peccato può scagliare la prima pietra, loro la potrebbero scagliare. Un’innocenza che, per altri versi, sembra caratterizzare anche l’animo dei bambini, per il quale la vita non ha ancora avuto il tempo di macchiarne la trasparenza. Un bambino, in qualsiasi interazione che ha con il mondo esterno, esprime sempre curiosità, stupore, meraviglia, spinto da un istinto che lo porta a “sospettare” che in ogni cosa c’è sempre qualcosa di bello, di interessante, che valga la pena di scoprire. Tutto sta nell’esplorare, nello scoprire, nel toccare. E questo istinto lo rende spontaneamente aperto alla relazione, sempre pronto ad accogliere, a tendere “la pargoletta mano”. Quella stessa mano che Dostoevskij, nel romanzo I fratelli Kamarov, fa tendere dal principe Mynski

“Un ateo, Ipolit, domanda al principe Mynski «in che modo la bellezza salverebbe il mondo?» Il principe non dice nulla ma va da un giovane di diciott’anni che sta agonizzando. Lì rimane pieno di compassione e amore finché quello muore. Con questo voleva dire: è la bellezza che ci porta all’amore condiviso con il dolore; il mondo sarà salvo oggi e sempre fin quando ci sarà questo gesto. E come ci manca, oggi!”

(Leonardo Boff in “La bellezza salverà il mondo”: Dostoevskij ci dice come)

 

Non sembra un caso, perciò, che Igor Sibaldi, nella sua prefazione a L’idiota della collana Oscar Mondadori, “attacca” riconoscendo al romanzo una particolare capacità di far breccia nel cuore dei piccoli lettori.

lettori

“Quel­li che l’han letto da ado­le­scen­ti ne ser­ba­no un ri­cor­do in­can­ta­to: uno di quei ri­cor­di ge­nia­li che per de­cen­ni con­ti­nua­no a pul­sa­re in qual­che an­go­lo della per­so­na­li­tà, e di­ra­ma­no da quel­l’an­go­lo una sorta di loro si­ste­ma cir­co­la­to­rio che ali­men­ta, oh sì, ali­men­ta aree tal­vol­ta anche molto ampie della per­so­na­li­tà e del­l’e­spe­rien­za stes­sa – ampie, si­nuo­se. Così che anche molti anni dopo, nel pre­ci­sa­re i con­tor­ni d’un pro­prio idea­le di com­por­ta­men­to o nel so­gnar­si un’a­ni­ma ge­mel­la suc­ce­de a quei let­to­ri ex ado­le­scen­ti di ri­tro­va­re echi dell’Idio­ta – di Myškin, di Na­sta­s’ja Fi­lip­po­v­na – in quei con­tor­ni e sogni, e di non me­ra­vi­gliar­se­ne nem­me­no, pur dopo tanto tempo.”

Ma, soprattutto, è interessante considerare quella che Sibaldi indica come la spiegazione di questo particolare feeling che il romanzo avrebbe con l’adolescenza.

“Non è que­stio­ne di gusto più o meno evo­lu­to, non è un ro­man­zo per l’a­do­le­scen­za; è solo che l’a­do­le­scen­za è, gra­zie alla fa­ci­li­tà del­l’af­fet­to, più co­rag­gio­sa spi­ri­tual­men­te, più di­spo­ni­bi­le a certe ver­ti­gi­ni che l’a­dul­to (in­di­pen­den­te­men­te dal grado d’e­vo­lu­zio­ne del suo gusto) ha la ten­den­za a scan­sa­re e a non no­ta­re ap­po­sta, per un senso di au­to­con­ser­va­zio­ne del suo cosmo d’a­dul­to.”

Sembra questa, dunque, la direzione da seguire nell’indagare un’idea di bellezza alla quale, troppo spesso, associamo soltanto dei riferimenti puramente estetici, formali.

Pasquale forse è nato a Cefalù

Eppure, muovendoci nello spazio e, soprattutto, nel tempo, risultano numerosi gli indizi in grado di aprire prospettive diverse, anche in ambiti meno raffinati come quello dei proverbi. “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”. Un detto popolare, dunque, che di certo non può vantare autori altrettanto nobili ma che, come altre forme di cultura popolare, in fatto di sapienza non hanno nulla da invidiare a forme espressive più illustri. Spesso vengono sottovalutati, considerati alla stregua di semplici modi di dire, quasi di barzellette, mentre rappresentano il frutto di esperienze secolari, di vera e propria saggezza che si tramanda nel sangue dei popoli, in grado di attraversare la Storia e rivelare sempre un’attualità senza tempo. E non è raro che opere artistiche di successo abbiano attinto e fatto ricorso proprio alla loro flessibilità nazionalpopolare e transdisciplinare.

cicogna

Basti pensare, per restare a tempi recenti, all’“ogni scarrafone è bello a mamma soia” di un famoso ritornello cantato da Pino Daniele. Una citazione che, come qualcuno potrebbe sospettare, non è casuale, perchè anche in essa (ri)troviamo occhi in grado di scorgere il bello persino in uno scarafaggio, grazie a quell’unica forma di amore che davvero può essere in grado di salvare, di perdonare. Sempre. L’amore di una mamma. L’unico amore capace di avvicinarsi a quello di colui che riesce ad abbracciare allo stesso modo sia i discepoli che gli indemoniati:

“Il sentimento di Gesù verso l’indemoniato è diverso dal sentimento verso il suo discepolo prediletto; ma l’amore è uno solo. I sentimenti si ‘hanno’; l’amore accade: I sentimenti dimorano nell’uomo; ma l’uomo dimora nel suo amore… Per chi sta nell’amore e in esso guarda, gli uomini si liberano dal groviglio dell’ingranaggio; i buoni e i cattivi, i savi e i folli, i belli e i brutti, l’uno dopo l’altro diventano per lui reali, diventano un tu, cioè un essere liberato, fuori del comune, unico ed esistente di fronte a lui. In modo meraviglioso sorge, di volta in volta l’esclusività – e così l’uomo può operare, aiutare, guarire, educare, sollevare, redimere”. (Martin Buber)

Queste parole del filosofo nato a Vienna nel 1878 accendono subito in me il ricordo di un momento vissuto nella mia quotidianità. Insieme a mia moglie, stavamo guardando alla televisione la puntata di Voyager dedicata al Giubileo. Ripercorrendo i principali luoghi e protagonisti del Cattolicesimo, un servizio era dedicato alla figura di Madre Teresa di Calcutta. Incantato dall’umiltà e dall’amore che trasparivano dagli occhi, dalle mani, dalle parole e dai gesti di questa minuta vecchina, ho avvertito una spinta spontanea a condividere con Silvia la mia emozione, commentando «Ma quant’è bella?!?».

madre teresa

Rivivendo quell’emozione, e riflettendo sul pensiero di Martin Buber, ora mi accorgo come Madre Teresa possa rappresentare uno splendido esempio in cui l’amore di Gesù per l’uomo e quello di una mamma (mamma di tutti) per i suoi figli arrivano a sovrapporsi, a confondersi, raggiungendo, forse, la vetta più alta dell’idea di bellezza. Un’idea piuttosto lontana da quella iniziale, da cui siamo partiti e in cui avevamo, comunque, già riconosciuto dei particolari “effetti” di carattere emozionale, che sembravano andare oltre le semplici proprietà estetiche, seppur da queste prendevano spunto.

Se ci voltiamo indietro, dunque, ci accorgiamo di quanta strada abbiamo fatto partendo da Francoforte, e di quanta ancora ne potremmo fare, in tante direzioni. La sensazione, però, è quella che, qualsiasi sia la direzione scelta, l’indagine che pone al centro la bellezza sembra destinata a raggiungere sempre un punto di “passaggio”: un ponte, al termine del quale, si accede a un territorio misterioso, in cui spesso non si riesce a vedere bene dove si stanno mettendo i piedi. Ma, forse, è proprio questo mistero e, soprattutto, quella luce che si vede in fondo al tunnel, che conduce la bellezza a tradursi da una semplice idea ad un vero e proprio ideale, in grado, se non di salvare il mondo, quanto meno di renderlo un posto migliore.

“…penso che do­vrem­mo anche im­ma­gi­na­re che ar­ri­ve­rà un tempo in cui gli uo­mi­ni non sa­ran­no più così pre­oc­cu­pa­ti della sto­ria come lo siamo noi. Verrà un tempo in cui im­por­te­rà loro poco delle di­va­ga­zio­ni e delle cir­co­stan­ze della bel­lez­za; a que­gli uo­mi­ni in­te­res­se­rà la bel­lez­za in se stes­sa.” (Jorge Luis Borges)

 

Riferimenti bibliografici:

L’idiota – F. M. Dostoevskij, Mondadori

– Le parole di un incontro. 100 pagine di Martin Buber – Stefan Liesenfeld, Città Nuova

L’invenzione della poesia. Le lezioni americane – Jorge Luis Borges, Oscar Mondadori

Risorse Web (clicca sul titolo per andare alla risorsa originale):

 

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IL NUOVO RINASCIMENTO DELLE AZIENDE ITALIANE

Il futuro del Made in Italy.

“È sempre un piacere incontrare persone e stabilire dei rapporti che, innanzitutto, sono rapporti umani, perché,” – continua Dania – “quello del Retail è un settore dove, troppo spesso, a contare sono soprattutto i numeri, i fatturati, i progetti, le date di consegna…”. Mi piace iniziare questa analisi riportando il commento della responsabile marketing di una delle principali aziende che allesticono, in Italia e all’estero, i punti vendita di brand come Dolce & Gabbana, Roberto Cavalli, Kiko, COIN, Mondadori e tanti altri. L’occasione è stata un incontro che abbiamo organizzato per far conoscere due nostri clienti che operano nello stesso settore al fine di favorire delle interazioni e un “fare squadra” tra due realtà italiane con, entrambi, esperienze e risultati decennali e che, paradossalmente, vivono a meno di 50 km di distanza l’una dall’altra. L’osservazione di Dania si è rivelata una conferma di tante altre in cui, allo stesso modo, emergevano considerazioni relative al “fattore umano”. Altri ambiti, altri settori, altri progetti di marketing e comunicazione, ma iniziavo a far caso a questo riferimento ricorrente nelle discussioni con responsabili e dirigenti di aziende italiane. Questa mia attenzione mi ha fatto comprendere il vero senso di alcuni concetti che, tempo fa, avevo letto in diverse pubblicazioni centrate sul made in Italy e sugli sviluppi futuri di vari settori. In particolare, mi sono interessato a delle ricerche portate avanti da Francesco Morace (un sociologo e saggista che da diversi decenni si applica nella ricerca sociale e di mercato) i cui riferimenti ritrovavo anche in pubblicazioni inerenti i nuovi sviluppi del neuromarketing.neuromarketing

Da diversi anni, infatti, grazie alla disponibilità di particolari tecnologie di rilevazione, l’incontro tra marketing e neuroscienze sta confermando il ruolo determinante che le emozioni giocano nei processi decisionali, anche in quelli che, a prima vista, potrebbero sembrare dominio esclusivo della razionalità. Nuovi scenari in cui potrebbe valorizzarsi quella che viene definita come l’Italian way allo sviluppo e all’innovazione, grazie a una superiore capacità, tutta italiana, di saper coniugare fattori razionali (progettuali, produttivi, commerciali ecc.) con fattori emotivi. Una specie di Neo Italian Style capace di fondere, nei prodotti e servizi, una soddisfazione del cliente che non riguarda soltanto esigenze funzionali, strumentali, tecnologiche, ma anche fabbisogni emotivi in cui assumono centralità le componenti legate alla qualità del tempo, dello spazio e del corpo.

Il con­su­ma­to­re ha cam­bia­to pelle o sta cam­bian­do pelle, in cerca di espe­rien­ze più che di pro­dot­ti, di sen­sa­zio­ni e di emo­zio­ni più che di va­lo­ri d’uso” Giampaolo Fabris

Il profitto sarà generato dai contenuti emotivi degli stessi prodotti” Rolf Jensen

Ma perché noi italiani saremmo particolarmente bravi nel riuscire in queste contaminazioni?

Tutti al mare

Perché siamo un popolo cresciuto per millenni potendo contare su fattori di sviluppo che, in tante altre realtà, tendevano ad escludersi a vicenda.I popoli latini sono portati a un certo stile di vita favorito da caratteristiche climatiche in grado di valorizzare la vita all’aria aperta, il tempo libero, le feste, le emozioni, e, per questo, sono meno votati al pragmatismo, all’efficienza “prima di tutto”, alla prestazione. Quei fattori che, invece, hanno centralizzato popoli nordici, meno “dotati” da un punto di vista climatico e, di fatto, più inclini al “vivere per lavorare” rispetto a un “lavorare per vivere”. Popoli, quindi, che hanno sviluppato particolari capacità basate su approcci alla vita più razionali e positivistici, e, di contro, meno sensibili al richiamo delle emozioni. Al riguardo mi viene in mente un passo del romanzo filosofico e fantapolitico Storia filosofica dei secoli futuri in cui Ippolito Nievo, nel 1860, scrive:

la fioritura pensante di tre secoli avvenire fu ottenuta con tal precisione, che sfido un critico tedesco a trovarci di che ridire.

marketing, design, innovazione

L’Italia, in qualche modo, ha sempre potuto contare, invece, su dei fattori costituenti in grado di favorire l’incontro di queste diverse way of life. Da un lato il clima, la natura, le tradizioni di un storia millenaria, che, come per altri popoli latini, hanno sempre permesso di usufruire di una particolare qualità della vita in cui il tempo libero può godere di piaceri legati al sole, al mare, al calo, ai paesaggi, ai prodotti naturali, favorendo un modus vivendi ricco di occasioni passionali, humus ideale per la “coltivazione” delle emozioni. Dall’altro lato, siamo un Paese del vecchio continente europeo, punto di confine con le realtà asiatiche e africane e con 7.458 Km di coste e di porti in un mare storico come il Mediterraneo. Questo ci ha portato ad essere un crocevia di culture, saperi, esperienze, di cui, spesso, noi stessi ci siamo nutriti per sviluppare particolari capacità creative e realizzative. Una capacità progettuali poliedriche, in cui il risultato, voluto o non voluto, è una sintesi sia di calcoli razionali e sia di respiri emozionali. Capacità che (quasi a conferma delle teorie evoluzionistiche), con il tempo, sono entrate nel nostro DNA traducendosi in un talento innato che può essere visto come quel filo rosso che segna la continuità tra il passato (Leonardo da Vinci, Michelangelo, Galileo, Dante, Colombo ecc.) e il presente (o meno passato) delle eccellenze che hanno portato il Made in Italy ad essere ricercato in tutto il mondo (dalle piccole e medie imprese, ai nomi illuminanti di Ferrari, Lamborghini, Renzo Piano, Giorgio Armani, Barilla ecc.). Un filo rosso che, ad un certo punto, sta rischiando di spezzarsi e che, invece, potrebbe trovare un ulteriore prolungamento in quella che sembra essere una nuova età dell’artigianato. Il cosiddetto artigianato digitale, in cui le nuove disponibilità tecnologiche (pensiamo, ad esempio, alle stampanti 3D) sembrano dar vita a nuove prospettive in cui quello stesso “saper fare” italiano, che ha dettato legge in tanti settori, possa tornare a essere un riferimento assoluto di genialità, design, eleganza, gusto e… voglia di godersi la vita.

Riferimenti bibliografici:

Storia filosofica dei secoli futuri – I. Nievo, Salerno Editrice

– Il talento dell’impresa – F. Morace e G. Lanzone, Nomos Edizioni

 

 

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UNA SERP IN SENO?

Come utilizzare i link nei testi web.                                      

 

Le Sirene, sedendo in un bel prato,
Mandano un canto dalle argute labbra,
Che alletta il passeggier: ma non lontano
D’ossa d’umani putrefatti corpi,
E di pelli marcite, un monte s’alza.

(Odissea – Libro XII, Omero)

 

Siamo sicuri che inserire dei link ancorati ai testi dei contenuti pubblicati sul Web non sia dannoso per i contenuti stessi? E, magari, determinare il rischio di vanificare l’impegno sostenuto per l’elaborazione di tali contenuti?

In questo articolo vengono analizzati alcuni aspetti  che si possono rivelare particolarmente utili per tutti coloro che si applicano nella scrittura per la Rete, dimostrando che non sempre l’impiego dei link ancorati al testo sia una “pratica” vantaggiosa.

A volte, infatti, ho il dubbio che il mio approccio al Content Marketing non sia quello corretto. Certo, può essere, perché no? Magari ho frainteso qualcosa, ne ho tralasciata qualcun’altra. Allora cerco di ricontrollare un pò tutto. Così come si fa quando, in seguito a un semplice calcolo fatto a penna su di un foglio, i dati di partenza sembrano corretti, ma il risultato non torna. E allora ci si mette lì a rifare, calcolo per calcolo, la semplice operazione, cercando di capire dove si nasconde l’errore.

 

scrivere per il web

 

Allo stesso modo, rifletto sul mio approccio al Content Marketing e, in particolare, all’obiettivo che intendo raggiungere nel momento in cui pubblico un contenuto, soprattutto se tale contenuto riguarda il risultato di analisi e ricerche realizzate attraverso il tempo e l’impegno mio e del mio staff.

Another brick in…

L’obiettivo è quello di esporre, spiegare e condividere, con tutte le persone che possono essere interessate, i consigli, le osservazioni, gli spunti che si sono voluti proporre relativamente a una particolare tematica. L’obiettivo è quello di trasmettere competenza e affidabilità in riferimento al proprio settore di appartenenza. Per questo, metto sempre al centro la qualità dei contenuti (per lo più testuali), curandone il più possibile l’originalità, la scorrevolezza, l’organizzazione e l’esposizione narrativa. Considero la forma importante, ma sempre in funzione della valorizzazione del contenuto complessivo.

Certo, poi butto un occhio alle esigenze legate all’impegno cognitivo (leggibilità) e alle tecniche SEO, ma sempre senza scendere a compromessi che potrebbero interferire con l’elaborazione contenutistica. Il desiderio è quello di mettere a disposizione della propria community qualcosa di utile. Utile innanzitutto per la community.

 

scrivere per il web

 

Del resto, è già abbastanza difficile cercare di dare un senso a idee e parole, metterle in ordine e dotarle di sostanza, e di un minimo di stile.

«Vedo me stes­so es­sen­zial­men­te come un let­to­re. Mi è ac­ca­du­to di av­ven­tu­rar­mi a scri­ve­re, ma ri­ten­go che quel­lo che ho letto sia molto più im­por­tan­te di quel­lo che ho scrit­to. Si legge quel­lo che piace leg­ge­re, ma non si scri­ve quel­lo che si vor­reb­be scri­ve­re, bensì quel­lo che si è ca­pa­ci di scri­ve­re.»

(L’invenzione della poesia. Le lezioni americane. – Jorge Luis Borges, Oscar Mondadori)

 

La sottile linea rossa

Mi rendo conto che ci possono essere degli ambiti in cui il Content Marketing può avere specifici obiettivi in cui rivestono importanza altre dinamiche: creare relazioni interattive con gli altri contenuti del proprio sito e con quelli di altri autori, generare un funnel efficace verso determinate azioni di conversione ecc. In questo ultimo caso, in particolare, mi sembra che si dovrebbe tenere presente una linea di confine superata la quale non si è più nei territori del vero Content Marketing ma, piuttosto, in quelli di tecniche commerciali che, seppur alquanto raffinate, rappresentano, comunque, qualcosa di diverso.

 

scrivere per il web

 

Una linea di confine che è relativa proprio alla qualità del contenuto e all’utilità che esso può trasmettere a una community. Per questo, non riesco a capire perché non vengono evitate quelle pratiche che, ritengo, potenzialmente dannose per ciò che è, comunque, alla base di questo particolare modus di fare marketing: l’apprezzamento del contenuto, da parte di tutti coloro che ne possono trarre dei benefici.

 

Che i contenuti siano la spina dorsale di qualsiasi azione di marketing digitale è un concetto acquisito. Sono talmente in tanti ad averlo compreso, che oggi c’è una sovrabbondanza dei contenuti stessi. La capacità di ottenere l’attenzione diminuisce mese dopo mese, a causa dell’eccessiva offerta.

(Costruire un seguito è difficile, ma non impossibile – articolo di Riccardo Scandellari)

 

La capacità di generare awareness sul marchio di riferimento è fortemente legata al valore che viene riconosciuto al “contributo” messo a disposizione, ed è da questo che dipende, perciò, il riconoscimento di competenza e credibilità, e, quindi, il valore della corrispondente proposta professionale e/o commerciale.

Ecco, dunque, che mi sorge continuamente un dubbio: inserire i link nel contenuto è davvero utile? Quale dovrebbe essere il loro contributo “alla causa”? Che cosa determinano?

Perciò, procediamo con questa analisi, ma andiamo per ordine.

Io speriamo che me la cavo

Per iniziare, prendiamo in considerazione il supporto e il contributo che questi link, e gli “allegati” a cui fanno riferimento, possono dare per sostenere i concetti, ampliare la portata, indicare le fonti e, quindi, valorizzare la qualità del content pubblicato.

Personalmente, ritengo la presenza di link (che siano interni o esterni), nel (dis)corso di uno “scritto”, un elemento di distrazione che rischia di compromettere l’apprezzamento dello specifico contenuto, che non può che essere il risultato di una sua lettura attenta e, soprattutto, integrale.

Una lettura che, partendo dalle premesse iniziali, dall’incipit e dalle ipotesi di partenza, deve procedere seguendo il naturale percorso del suo svolgimento (come qualsiasi “tema”), fino ad approdare alle conclusioni, senza deviazioni o incroci pericolosi.

Facciamo un esempio concreto.

Leggendo un articolo di un blog abbastanza conosciuto, negli ambiti del webmarketing, possiamo rilevare che, nello spazio di circa dodici righe, si vengono ad avere, ben evidenti ed evidenziati, quattro link, ciascuno dei quali, in pratica, rappresenta una sorta di call to action a lasciare l’articolo in oggetto per indirizzarsi verso un altro contenuto.

 

scrivere per il web

 

Tra questi quattro link può esserci benissimo quello che, magari, per vari motivi, colpisce “sul vivo” il lettore e ne ribalta l’attenzione, inducendolo a un’azione istantanea di scelta verso un’altra pagina: click!

Se il nuovo link viene fatto aprire in un’altra finestra, il contenuto di partenza viene lasciato in una sorta di limbo purgatoriale dal quale non è dato sapere se e quando uscirà.

Se, invece, il link viene fatto aprire nella stessa pagina, il contenuto iniziale rischia di andare perso per sempre nell’”iperspazio”. Non sono poche le volte che, seguendo diversi link esterni, alla fine sono arrivato al punto di non ricordare addirittura il contenuto stesso dal quale ero partito, ritrovandomi con una stressante confusione di tematiche, titoli, siti, pagine, finestre e, appunto, link.

 

scrivere per il web

 

Bello di fama e di sventura

Attenzione, però. Non è una questione di quantità. Paradossalmente, può essere innanzitutto una questione di qualità di queste omeriche “sirene”.

Vediamo, anche qui, un esempio significativo.

In un altro blog inerente il webmarketing, molto noto, all’interno di un articolo dedicato alla link building è presente questo passaggio:

scrivere per il web

Il link in questione contiene alcune tra le componenti potenzialmente più efficaci nell’indurre a un click immediato. Innanzitutto, come ci insegna il neuromarketing, abbiamo il “canto” di ben due delle tre tematiche più attraenti per il nostro cervello rettiliano (particolarmente attento nell’innescare reazioni immediate): il sesso e il cibo (la terza è il pericolo per l’incolumità fisica). E, se questo non bastasse, l’infografica oggetto del link è quella che realmente ha fatto il botto.

 

scrivere per il web

 

Diverse sono le discipline che si sono interessate a studiare le nuove forme di fruizione dei contenuti che si stanno diffondendo grazie alle tecnologie digitali. Ricerche sono state condotte soprattutto negli ambiti delle neuroscienze e della psicologia dello sviluppo.

“Il quadro che emerge dalla ricerca è profondamente preoccupante, almeno per chi apprezza, nel pensiero umano, la profondità piuttosto che la velocità. Queste ricerche dimostrano che le persone che leggono un testo costellato di link, comprendono meno di quelli che leggono un tradizionale testo lineare. Le persone che guardano presentazioni multimediali ricordano meno di quelli che acquisiscono informazioni in un modo più calmo e focalizzato.”

(Does the Internet Make You Dumber? – articolo di Nicholas Carr, Wall Street Journal)

 

I colpevoli risultano essere le continue interruzioni e distrazioni a cui siamo soggetti di fronte ad un nuovo frammento di informazione. Ostacoli che non permetterebbero al cervello di creare quelle connessioni neurali forti ed espansive necessarie per concentrare l’attenzione, associare le nuove informazioni alle conoscenze presenti in memoria, fare inferenze induttive ecc. In questo modo si indeboliscono i processi cognitivi di ordine superiore e, soprattutto, il vocabolario astratto, la consapevolezza, la riflessione, l’immaginazione e il pensiero critico.

Relativamente agli aspetti contenutistici, dunque, personalmente mi sento di sostenere che l’inserimento di link esterni “ancorati” al testo (o ad altri elementi) del content possono rivelarsi addirittura controproducenti. Sia che si tratti di link esterni e sia che si tratti di link interni (verso altre pagine del sito), perché, comunque, l’interruzione dell’attenzione e della fruizione del contenuto originario si verificherebbe ugualmente, a prescindere da quale sarebbe la landing page di destinazione.

Dulcis? In fundo!

Al di fuori degli aspetti contenutistici, il principale riferimento all’apporto dei link sembrerebbe quello legato al SEO (Search Engine Optimization). Ma, anche qui, facciamo alcune considerazioni.

Per quanto riguarda il galleggiamento naturale nelle SERP, la misura dell’apporto dei link outbound “in uscita” al contenuto dal quale escono risulta quanto meno controversa e la principale letteratura prodotta in materia sostiene che tale contributo sarebbe, praticamente, nullo.

Per quanto riguarda i link interni, in un articolo di qualche mese fa, su un importante blog del settore (Tagliablog), l’autore riferisce sugli effetti rilevati in seguito a diverse modifiche inerenti questi link e i percorsi di navigazione. Modifiche effettuate al fine di ottimizzare la distribuzione di “succo prezioso” ai fini del posizionamento SEO. Una di queste modifiche riguardava l’eliminazione dei “link correlati”.

scrivere per il web

Risulta essere una certezza, invece, il valore determinante, ai fini SEO, del tempo che ogni visitatore rimane “agganciato” alla pagina di riferimento, perché, per l’algoritmo di Google, ogni secondo di permanenza sarebbe un indicatore molto attendibile della qualità dei contenuti del sito Internet. D’altra parte, il prezioso valore che, sempre ai fini SEO, esprimono i link “in entrata”, oltre che in termini di numerosità delle visite (nuove e di ritorno), non si riconduce, tra gli altri fattori, proprio al tempo consumato dai protagonisti di queste visite?

scrivere per il web

Da quando ho iniziato a raccogliere documentazione e letteratura inerente l’utilizzo dei link ipertestuali, la sensazione che ho avuto è sempre stata quella di trovarmi di fronte ad una pratica “a priori”, come se fosse scontata l’opportunità di inserire link esterni. Come se fosse, a priori, cosa buona e giusta. E, quindi, tutti quelli che intervengono sull’argomento non lo fanno interrogandosi, innanzitutto, sull’opportunità stessa di inserire link nei testi del contenuto, ma soltanto relativamente alle modalità migliori di applicazione: colori, formattazione, sintassi ecc. Forse, però, i vari link (esterni e interni) potrebbero essere proposti in maniera diversa e meno rischiosa per il proprio elaborato.

Ad esempio, alla fine dell’articolo, e solo alla fine, si possono elencare tutti gli eventuali riferimenti relativi ai contenuti che possono esprimere un contributo:

  • bibliografia di riferimento;
  • risorse web (posti in altri blog, articoli in testate giornalistiche, link utili, Wikipedia ecc.);
  • articoli correlati (interni al sito);

In questo modo, mi sembra che, da una parte, non si rischierebbe di pregiudicare l’espressione del potenziale contenutistico e, dall’altra (essendo i link, comunque, inseriti nella stessa pagina web) non si andrebbero ad alterare significativamente i presupposti effetti benefici per il SEO.

Ma potrei anche sbagliarmi.

 

Riferimenti bibliografici:

  • Odissea – Omero, Feltrinelli
  • L’invenzione della poesia. Le lezioni americane. – Jorge Luis Borges, Oscar Mondadori

 

Risorse Web (clicca sul titolo per andare all’articolo originale):

 

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DANTE, IL WEB E LA SINDROME DI STENDHAL

Come mantenere i visitatori sul nostro sito Internet.

Ogni “autore” di pagine su Internet (che siano di un sito aziendale, di una pagina di socialnetwork, di un’applicazione web oriented ecc.) deve avere come obiettivo principale da raggiungere quello di far in modo che ogni visitatore resti più tempo possibile su tali pagine. Questo perché con l’aumentare di questo tempo di permanenza aumenta la probabilità di ottenere, dal visitatore, il risultato desiderato (la memorizzazione del proprio marchio, una richiesta di preventivo, una vendita e-commerce, il download di documenti ecc.). Diventa determinante, dunque, capire e gestire quelli che possono essere i fattori in grado di influenzare il numero di secondi e minuti (magari!) che un visitatore dedica alla consultazione di pagine Web. Il primo di questi fattori è sicuramente la qualità dei contenuti, ovvero la loro capacità di generare interesse nei confronti del proprio target. Non ci soffermeremo su questo fattore, perché la discussione sulla qualità dei contenuti e sulla sua importanza a livello di marketing e comunicazione è ampia e diffusa, tanto che da un pò di tempo si parla addirittura di Content Marketing. Gli aspetti che, invece, prenderemo in considerazione in questa analisi riguardano un fattore non sempre considerato in maniera adeguata, la cui influenza, invece, può addirittura vanificare la stessa qualità dei contenuti. Stiamo parlando dello stress cognitivo che l’utente di una pagina Web sostiene nel momento in cui si trova immerso in una navigazione ipertestuale.

stress

 

È una vita stressante

L’importanza di questo fattore aumenta nel momento in cui si è verificato che il suo condizionamento agisce, principalmente, in maniera inconscia. Facciamo un esempio: accediamo su Internet perché siamo alla ricerca di una determinata informazione (su un prodotto, su un servizio, su un hotel ecc.), e partiamo con l’utilizzo del motore di ricerca Google. La pagina dei risultati della ricerca ci presenta una serie di link e noi apriamo, in diverse finestre, quelli che ci sembrano possano rispondere meglio alla nostra esigenza, di solito fino ad arrivare a quei link per i quali cogliamo dei riferimenti più deboli rispetto al nostro obiettivo. Le finestre si sono caricate (o almeno così si spera) e iniziamo a consultare le prime, sapendo che ne abbiamo diverse a disposizione. Procediamo con la navigazione sulle pagine Web di ciascuna finestra cercando di cogliere degli indizi (dai menu di navigazione, dai titoli dei contenuti, dalle immagini, dai link ecc.) che ci possono guidare a raggiungere le informazioni desiderate. Se non riusciamo a trovare dei riferimenti chiari e diretti, arriviamo ad un punto in cui, dopo la navigazione di diverse pagine, avvertiamo una specie di disagio, assimilabile a un senso di frustrazione, e la nostra mano guida il puntatore del mouse a chiudere la finestra, in una maniera quasi meccanica. In particolare, nelle prime finestre che apro, la nostra tolleranza a questo disagio è la più bassa, proprio perché ho ancora altre finestre a disposizione e, quindi, la nostra mente effettua questo “ragionamento” (“ragionamento” per modo di dire, in realtà è quasi un automatismo che la mente mette in atto per preservare le risorse cognitive): Perché devo impazzirmi a cercare in queste pagine?!? Magari nelle successive l’informazione che cerco la trovo subito!.

stress

Questa tolleranza, con il ridursi delle finestre a disposizione, tende ad aumentare, perché ci stiamo rendendo conto che stanno per terminare i “documenti” a disposizione per ottenere le informazioni che stiamo cercando. Così, può accadere che la migliore risposta all’informazione che stavamo cercando era proprio in una delle finestre che avevamo chiuso e, magari, per raggiungerla, sarebbe bastato un solo click in più. La conseguenza può essere che, alla fine, ci accontentiamo dell’informazione che siamo riusciti a trovare, anche se non ci soddisfa del tutto. Tant’è vero che, a volte, se questo livello di soddisfazione non lo riteniamo sufficiente al nostro obiettivo informativo, cosa facciamo? Ci armiamo di maggiore pazienza e torniamo ad aprire i link che avevamo chiusi in precedenza, con la speranza che alla nostra prima analisi ci era sfuggito qualcosa che ci avrebbe potuto guidare all’informazione giusta. Le caratteristiche di questo esempio ci rendono già un po’ più agevole comprendere il ruolo che può giocare il fattore dello stress cognitivo. Esso, però, non è relativo soltanto ai casi riconducibili a questo esempio di ricerca di informazione, ma interviene in qualsiasi ambito in cui abbiamo una navigazione e consultazione di pagine Web. Perché la sua azione è una conseguenza di “agenti” che abbiamo in tutte le pagine ipertestuali, seppur con diversi pesi e misure. Per questo, è importante, quanto meno, identificare gli “stressors” principali che possono agire negli ambiti delle normali pagine Web, quali:

  • relativamente ai colori: il numero, l’intensità e i contrasti;
  • relativamente all’architettura delle informazioni: innanzitutto i menu di navigazione (primari e secondari), che hanno il compito di illustrare l’organizzazione dei contenuti e, quindi, di guidare l’utente a raggiungere quelli che ritiene essere importanti per i suoi obiettivi. Più le voci di questi menu sono chiare e coerenti e meno il sistema cognitivo dell’utente si deve impegnare nella ricerca;
  • relativamente ai testi: i font, il colore, la loro formattazione (grassetto, grandezza, spaziatura ecc.), la quantità e l’organizzazione (uso di titolazioni, elenchi puntati e spazi/interlinee per evitare i cosìddetti “muri di parole”);
  • relativamente alle immagini: la loro dimensione, la loro qualità (ad esempio, immagini sfocate generano un elevato livello di disturbo del nostro sistema percettivo), e la loro collocazione rispetto al resto dei contenuti esposti nella pagina Web;
  • relativamente all’utilizzo di simboli, icone e codici: il loro riferimento alle tipologie che possono essere considerate degli “standard” (nella progettazione di interfacce digitali), per far in modo che l’utente sia in grado, immediatamente, di capirne il riferimento.

Se vogliamo verificare la priorità di questi agenti, possiamo prendere in considerazione, ad esempio, una pagina del TGCOM

tgcomIn questa pagina è possibile rilevare quante sono le variazioni che riguardano gli agenti che abbiamo preso in considerazione: i diversi colori, le diverse grandezze dei caratteri dei testi, l’uso del grassetto, le immagini (grandi e più piccole) ecc. Ogni volta che focalizziamo l’attenzione su uno degli elementi della pagina, che presenta delle variazioni di questo tipo rispetto agli altri, il nostro sistema cognitivo deve resettare i suoi parametri di percezione e interpretazione e re-impostarli sulla base delle nuove caratteristiche che ha rilevato. È questa è un’attività alquanto impegnativa per il nostro sistema di percezione, nonostante, nell’esempio considerato, sicuramente questi fattori siano gestiti da professionisti esperti, proprio con lo scopo di ridurre al minimo lo stress cognitivo.

Ecco che, allora, a Dante Alighieri, oltre a tutti i titoli già riconosciuti nei diversi ambiti culturali e letterari, si potrebbe assegnare anche quello di Profeta del Web.

Dante Profeta del Web

Il Sommo Poeta, infatti, nel V Canto del Purgatorio della Divina Commedia, scrive:

“Eh però, quando s’ode cosa o vede

che tegna forte a sé l’anima volta,

vassene ‘l tempo e l’uom non se n’avvede;”

 

Dante ci dice, facendola breve, che quando udiamo o vediamo qualcosa che, per armonia, bellezza, eleganza ecc. (ad esempio un’opera d’arte), ci cattura, il tempo passa e non ce ne accorgiamo. Dante, dunque, settecento anni fa, ha indicato uno degli antidoti principali in grado di neutralizzare, o meglio ridurre, gli effetti dello stress cognitivo e dell’abbandono di una pagina Web. Infatti, nel momento in cui allestiamo un sito o una pagina curando tutti gli aspetti che abbiamo considerato, e cercando di trasmettere nell’utente un elevato livello estetico (i Direttori Artistici serviranno a qualcosa!), il senso di piacere che egli ne ottiene, insieme alla presenza di contenuti interessanti, rende l’esperienza della navigazione molto più affascinante, fluida, meno stressante e, magari, il tempo passerà, tra la consultazione di una pagina e l’altra, senza che l’utente se ne accorga.

Lost in Hyperspace

Se, seguendo la vision di Bluexplore, conduciamo un’analisi interdisciplinare, possiamo trovare numerosi riscontri sull’importanza dello stress cognitivo che la persona sostiene quando si trova a recepire e interpretare diverse tipologie di informazioni dall’ambiente che lo circonda. Ad esempio, nell’ambito della disciplina dell’Ergonomia Cognitiva, numerosi sono i contributi che analizzano questi aspetti:

“I principali problemi rilevabili negli ambiti degli ipertesti vengono indicati principalmente in:

  • problematiche di carattere tecnico come ritardi nel caricamento del materiale, inaffidabilità del browser ecc.);
  • problemi che possono essere considerati intimamente connessi alla natura dell’ipertesto, come il CLM (Carico di Lavoro Mentale) e il disorientamento, da intendersi come la tendenza dell’utente a perdere la sua direzione in un documento ipertestuale, lost in hyperspace: gli utenti non riescono a identificare la propria posizione ne a tornare ai contenuti visitati precedentemente; non riescono a raggiungere le informazioni che desiderano; non riescono a ricordare che cosa hanno visitato nelle pagine precedenti ne a identificare i punti chiave della loro navigazione. Questo fenomeno sperimentato con continuità può frustrare l’utente e influire negativamente sul processo di interazione, addirittura spingendolo a non usare più il sistema, che viene percepito come inutile e privo delle informazioni necessarie.”

lost in hyperspace

“La sensibilità al disorientamento è stata legata alla scarsa familiarità dell’utente con le strutture concettuali e organizzative del sito che sta navigando, a una generale inesperienza con la navigazione e in condizioni di sovraccarico cognitivo. In quest’ultimo caso, il sovraccarico sarebbe dato dalle richieste cognitive che un documento ipertestuale pone all’utente: una persona può decidere il percorso da effettuare per raggiungere un’informazione ma, durante la navigazione, potrebbe trovarne altre ugualmente interessanti da farla distrarre dal compito principale.

Nel momento in cui l’utente si sente incapace di ricordare ciò che ha letto o visto, si parla del art museum phenomenon.

Alcune evidenze sperimentali hanno mostrato che è possibile facilitare la navigazione fornendo agli utenti degli aiuti contestuali. Park e Kim hanno esaminato gli effetti di due tipologie di informazioni contestuali (strutturale: può aiutare l’utente a ristabilire il proprio senso di orientamento – temporale: permettono di tenere traccia delle pagine che sono state già visitate), in grado di rendere la navigazione più lineare e meno soggetta a fenomeni di carico e disorientamento.

I sistemi ipertestuali possono essere migliorati progettando sistemi dotati di un’architettura cognitivamente orientata, di metafore appropriate e di relazioni fra strutture fisiche e semantiche.”

(Ergonomia Cognitiva – A cura di F. Di Nocera, Carocci Editore)

Continuando nell’esplorazione multidisciplinare, troviamo un ulteriore riscontro su quelli che possono essere gli agenti che incidono sul tempo che un utente (cliente, consumatore ecc.) spende in una esperienza.

Elio Fiorucci

Nell’ambito, ad esempio, del Retail Management e del Retail Design e, quindi, nell’esperienza del punto vendita (d’altra parte un sito Internet, e in particolare un e-commerce, non è assimilabile ad un negozio, seppur “virtuale”?), abbiamo una diffusa letteratura che affronta queste tematiche. In particolare, in una delle principali pubblicazioni di riferimento (dall’Osservatorio Retailing dell’Università Bocconi), l’autrice Karin Zaghi scrive:

 

“…Seguendo il filone della psicologia ambientale, molti studi hanno ampiamente confermato che ogni elemento dello store design, direttamente o indirettamente, influenza le percezioni e il comportamento della persona…”

e ancora:

“…Tutte le risposte comportamentali di un individuo possono essere classificate come comportamenti di accettazione o di rifiuto, declinabili in quattro possibili situazioni:

  • un desiderio fisico di rimanere nell’ambiente o di uscirne (in termini Web: chiudere una finestra o meno);
  • un desiderio di guardarsi attorno, ovvero di non interagire, connesso alla ricerca e all’esposizione agli stimoli ambientali (in termini Web: navigare da una pagina all’altra, iscriversi alla newsletter ecc.);
  • un desiderio di comunicare con gli altri oppure di evitare l’interazione e ignorare la possibilità di dialogo che gli altri clienti e il personale offrono (in termini Web: commentare, condividere, votare ecc.);
  • l’incremento o la riduzione della soddisfazione rispetto alle aspettative, correlate alla frequenza di visita, nonché al tempo e al denaro spesi (in termini Web: tornare su di un sito Internet, trascorrerci del tempo, acquistarci un prodotto ecc.).”

(Visual merchandising. Orientamenti e paradigmi della comunicazione del punto vendita – K. Zaghi, Franco Angeli)

visual merchandising

Se traduciamo il tutto in termini di navigazione Web, possiamo leggere ogni punto dell’elenco precedente come il corrispondente di:

  • abbandonare un sito Internet, chiudere una finestra o meno;
  • un desiderio di guardarsi attorno, ovvero di non interagire, connesso alla ricerca e alla navigazione da una pagina all’altra, iscriversi alla newsletter ecc.;
  • commentare, condividere, votare, interagire con la chat di assistenza ecc.;
  • tornare su di un sito Internet, trascorrerci del tempo, acquistarci un prodotto ecc.

E se li andiamo ad analizzare ognuno in maniera approfondita, possiamo notare che tutti, direttamente o indirettamente, si possono “leggere” in termini di tempo che si dedica alla navigazione dell’ambiente Internet che stiamo esplorando.

E se non dovesse bastare, possiamo chiamare in causa anche il neuromarketing:

“Quali sono i pro­dot­ti ben pro­get­ta­ti che pos­sia­mo de­fi­ni­re sem­pli­ci? Direi tutti quel­li il cui im­pie­go è tal­men­te ovvio e di im­me­dia­ta com­pren­sio­ne da ren­de­re su­per­flue le istru­zio­ni e, cosa an­co­ra più im­por­tan­te, da ren­de­re pra­ti­ca­men­te im­pos­si­bi­le l’er­ro­re e, soprattutto, lo sforzo cognitivo. “

(Marketing emozionale e neuroscienze – F. Gallucci, EGEA)

Infine, tornando al nostro Sommo Poeta, ci potremmo chiedere: in fondo, Dante, non potrebbe essere considerato anche come uno dei primi ad aver diagnosticato i sintomi premonitori della Sindrome di Stendhal? O no.

Sindrome di Stendhal

Ma questa potrebbe essere un’altra storia.

 

Bibliografia di riferimento:

  • Ergonomia Cognitiva – A cura di F. Di Nocera, Carocci Editore
  • Visual merchandising. Orientamenti e paradigmi della comunicazione del punto vendita – K. Zaghi, Franco Angeli
  • Marketing emozionale e neuroscienze – F. Gallucci, EGEA

 

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PER INTERNET CI PENSA PICASSO

Comunicare sul Web: tra arte e neuromarketing.

Cosa c’entra il pittore spagnolo, morto nel 1973, con la rete Internet, nata nel 1991? Più di quello che possiamo immaginare.

Internet e Picasso(durata del video 2′:44″)

Nelle vostre attività di marketing e comunicazione, siete sicuri di fare un uso corretto dei colori? In particolare, in quelle attività che si possono svolgere attraverso il Web (l’allestimento del sito Internet, dell’e-commerce, di una pagina sui socialnetwork, di una landing page e così via), sapete quanto può essere importante, almeno per non sbagliare, saperli scegliere e abbinare? Il Web, infatti, è un formidabile strumento di comunicazione. E come tutti gli strumenti, è importante capire come può essere utilizzato al meglio per raggiungere i diversi obiettivi aziendali e professionali. Se consideriamo che l’impiego di questo strumento è connesso alla visualizzazione di un display (di diverse dimensioni: dagli schermi di un computer a quelli di uno smartphone), non possiamo sottovalutare il ruolo che possono svolgere i colori. Un ruolo che, chiaramente, è importante in qualsiasi attività di marketing e comunicazione (online e offline), ma lo diventa, soprattutto, quando il “tramite” è uno schermo retroilluminato. In questi ambiti, infatti, la luminosità e il risalto con cui i colori vengono trasmessi e, quindi, interpretati dal nostro sistema visivo, ne fanno un importante veicolo in grado di influenzare la percezione dei messaggi che si intendono comunicare. La loro percezione, infatti, può avere un ruolo determinante con riferimento agli stati emozionali che si intendono (o non si intendono!) suscitare nello “spettatore” e, quindi, all’efficacia dello strumento comunicativo (sito web, landing page, email ecc.).

colors

Le partite di Coppa

Il Neuromarketing, d’altra parte, ci sta confermando, a livello appunto di neuroscienze, che in “Coppa Comunicazioni” la partita si gioca quasi tutta (addirittura fino al 95%) sul campo di casa delle emozioni. E per capire, senza ombra di dubbio, questi fondamentali principi, validi per qualsiasi attività di comunicazione, quale miglior Maestro di uno dei più importanti e affascinanti pittori del XX Secolo?!? Picasso, infatti, proprio attraverso l’uso dei colori e delle forme, riusciva ad esprimere quelli che erano i propri stati d’animo e, soprattutto, a farli “leggere”, anche con un certo trasporto empatico, allo spettatore delle sue opere. Prendiamo in considerazione i ritratti che il Maestro realizzava per delle modelle con le quali, a volte, veniva ad avere delle relazioni. In particolare facciamo la conoscenza di Marie Therese Walter. Il Maestro realizzò un suo ritratto in un momento in cui la loro relazione andava a gonfie vele, e un altro ritratto quando il loro rapporto si era burrascosamente complicato. Ci basta vedere i due ritratti per capire, ciascuno, a quale situazione è riconducibile:

Internet e Picasso 02

Ecco, dunque, come i colori e le forme impressi nella tela dall’autore riescono a trasmetterci, non solo a livello conscio, degli stati d’animo e a farceli vivere in maniera empatica.

I colori, una volta impressi nella nostra retina non si fermano, ma raggiungono il cervello dove vengono elaborati, catalogati e riconosciuti. Non solo: entrano in relazione anche con il nostro sistema nervoso riprogrammando la nostra emozionalità. (Art Semiology – F. Crepaldi, C. Ligas, Ars Europa Edizioni, 2006)

Ma potremmo anche decidere di alzare la posta e chiederci: perché il toro (che, in fondo, è un animale come noi, anche se meno aggressivo!) si imbestialisce al vedere sventolarsi davanti un mantello rosso?

Internet e Picasso 03

Certo, la presenza di uno strano pupazzo vestito in maniera ridicola non aiuta a calmare gli animi, e tutti i torti non gli si possono dare. Ma, comunque, non è che il toro abbia una particolare antipatia per il rosso. Il fatto è che il rosso è un colore adrenalico e, nel sistema chimico-percettivo degli esseri viventi, può determinare questi effetti. Ci sono, perciò, delle cose che occorre sapere nel momento in cui vogliamo utilizzare dei colori. E non è necessario essere un torero o addirittura un artista per farne un uso corretto. Basta conoscere gli aspetti semantici riconducibili a ciascun colore, in particolare, negli ambiti delle culture occidentali. Come, sappiamo, infatti, cambiando le culture, soprattutto verso i paesi asiatici, i significati associati ad alcuni colori possono essere del tutto diversi.

Da queste considerazioni, possiamo capire che i colori giocano un ruolo importante nel momento in cui li andiamo a impiegare per comunicare l’immagine della nostra attività professionale, della nostra azienda e/o di un nostro prodotto/servizio, in quanto ogni colore ha una sua semiotica e, quindi, delle caratteristiche che si associano maggiormente con i “significati” che intendiamo trasmettere.

Rosso Ferrari?

D’altra parte, vi è mai capitato di navigare su un sito di una banca o di una compagnia di assicurazione i cui il colore dominante era il rosso? Ci sarà un motivo? Certo che c’è. E la risposta sta proprio nella “portata” semantica che distingue ciascun colore dall’altro. Il rosso, infatti, è legato ancestralmente ai concetti di sangue, fuoco, sole ed è un colore che eccita, spaventa, adira, e, stimolando l’attivazione dell’adrenalina attraverso il sistema simpatico, fa aumentare la frequenza del battito cardiaco, la pressione e il ritmo respiratorio. Psicologicamente il rosso richiama l’espressione della forza vitale, del desiderio, dell’energia finalizzata all’azione e alla conquista, rappresenta l’impulso verso l’agire attivo, lo sport, la competizione, la lotta, nonché l’erotismo, la ricerca di intensità di esperienze e di pienezza di vita.

rosso ferrari

Il blu, invece, è legato ai concetti di acqua e cielo, ed è un colore che rasserena, stimolando la disattivazione dell’adrenalina, e trasmette tranquillità, sicurezza, affidabilità. Tale effetto viene utilizzato come stratagemma comunicativo per porre l’emittente in condizione di prestigio e autorevolezza rispetto al destinatario. La relativa famiglia che va dal “navy” all’”alice” viene proprio impiegata, oltre che in ambiti tecnologici e di igiene, proprio per ribadire la serietà, la competenza e l’autorevolezza dell’emittente.

blu dipinto di blu

Tutti i colori, dunque, hanno dei caratteri propri e dei diversi effetti “comunicativi” che possono agire a livello visivo, psicologico e inconscio, in chi li percepisce. Per questo, è molto importante saperli scegliere e abbinare, soprattutto nel momento in cui intendiamo ottenere una completa coerenza tra ciò che vogliamo comunicare e ciò che viene percepito dai destinatari dei nostri messaggi.

Bibliografia di riferimento:

  • Art Semolgy. L’immagine oltre l’arte (fra pubblicità e marketing) – Crepaldi, C. Ligas – Ars Europa Edizioni
  • Design – Anna M. Giannini, T. Marzi, M. P. Viggiano – Giunti
  • Emotional Asset – G. Abbate, U. Ferrero – Casa Editrice Finedit Italia

 

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ITALIA BATTE RESTO DEL MONDO 3 A 0

Il genio e il design italiano vincono sempre.

Uno degli articoli più letti della famosa rivista internazionale Wired, è dedicato alle tendenze che, da diverse ricerche, sembrano caratterizzeranno i modi di vivere il futuro e, quindi, le innovazioni che troveranno maggiore diffusione nella vita di tutti i giorni. Al centro di queste ricerche emerge il desiderio di vivere, e lavorare, in spazi in grado di coniugare il più possibile le esigenze di un lavoro sempre più “nomade” con un ritorno a un contatto diretto con la natura e con gli ambienti capaci di restituire una qualità di vita adeguata e “illuminante”.

“Se essere produttivi significa farsi venire delle idee, non servono studi approfonditi per capire che la fabbrica intellettuale sarà sempre più simile a un genius loci. Largo allora a soluzioni che mettano insieme adattabilità alle nuove tecnologie, bioedilizia e flessibilità, ma anche quella dose di intimità domestica e comodità rispetto agli impegni familiari.

“Il must è trovare soluzioni agili che permettano di essere circondati da alberi, prati, e magari avvistare il mare.”

Di seguito, vengono indicate quelle che potrebbero essere delle strutture capaci di soddisfare queste esigenze e, quindi, di caratterizzare le evoluzioni dei corrispondenti mercati. Si parla per esempio di Glamping, ovvero di strutture simili a bungalow, ma con un’anima verde e un design di lusso.

“Nate come espressione dell’ospitalità leggera ma esclusiva, questo tipo di spazio è oggi interpretato anche come possibilità lavorativa.”

 

luxury marketing

 

 

Sono diversi, dunque, gli operatori internazionali del settore che si stanno cimentando nel disegno e nella realizzazione di “prodotti” mirati per soddisfare queste esigenze, cercando di aprire nuovi segmenti di mercato molto redditizi proprio perchè in sontonia con quelle nuove generazioni (nativi digitali) che sembrano chiamati a dettare i nuovi stili di vita e di lavoro, dettando il paradigma futuro del benessere.

Se non fosse che, come sempre, in fatto di soluzioni capaci di integrare design, eleganza, funzionalità, gli italiani arrivano prima di tutti gli altri.

Sono diversi anni, infatti, che curiamo la comunicazione di alcuni nostri collaboratori che hanno studiato e realizzato delle innovative strutture tese a rendere disponibili spazi in cui poter vivere e lavorare ristabilendo un contatto diretto con paesaggi, odori, rumori (e silenzi) di quella natura da cui proveniamo. Un contatto vero e sincero, proprio perchè garantito attraverso vari sensi (vista, udito, tatto ecc.) e che, perciò, si rivela adatto ad ampliare il tempo di “immersione” in ambienti in grado di restituirci quella qualità di vita che, troppo spesso, siamo costretti a sacrificare.

 

luxury marketing

 

La mente visionaria dell’Architetto Giovanni Giobellina, insieme alle capacità pratiche del Direttore Operativo Andrea Scandali, hanno permesso il disegno e la realizazione di questi spazi modulari, attraverso delle soluzioni tecniche e tecnologiche frutto delle esperienze e del know how italiano nei campi della ricerca dell’industria nautica. Esperienze che garantiscono soluzioni all’avanguardia in termini di materiali, durabilità ed efficienza strutturale, attraverso l’applicazione delle progettualità sviluppate per la produzione di Yacht della cantieristica italiana.

 

marketing luxury01

 

Un “outdoor design” che restituisce una formula di spazio e tempo in cui si apre una nuova idea di (condi)visione, in grado di armonizzare dimensioni, di solito, sacrificate in nome delle destinazioni d’uso, delle localizzazioni e delle necessità funzionali e di comfort. Un modulo abitativo e altamente flessibile, in grado di “costruire”, in base a qualsiasi misura ed esigenza, nuove qualità ed esperienze di vita.

Bianco, per esprimere un tono in grado di adeguarsi ai colori di qualsiasi sfondo (di terra e di mare) e, soprattutto, integrarsi nella natura senza umiliarne i tratti.

Bianco, perchè questo è il colore del design destinato a durare nel tempo, in cui l’estetica delle linee, delle forme, del “messaggio”, viene lasciata esprimersi con tutto il suo valore, senza interferenze e artifici.

Un progetto che nella sua genesi, e grazie alla ampia portata delle soluzioni concepibili, ha dimostrato subito le potenzialità di aprire nuove prospettive che, dagli ambiti iniziali del Luxury e Retail Design, trovano occasioni di diffusione in tutti i “territori” dell’outdoor living.

La nostra agenzia ha avuto il compito, innanzitutto, di dare un nome al progetto. Un nome che è stato deciso in “Horizone“, parola costruita attraverso l’unione di due termini in grado di esprimere in maniera immediata le anime che si intendono (ri)mettere al centro. Una, con riferimento al termine “horizon”, che accende il richiamo al paesaggio e, quindi, alla visione aperta, senza confini e senza limiti; al contatto vero e diretto che, grazie alla percezione visiva, costruisce nuove dimore in cui spirito e natura possono convivere con un legame più continuo. L’altra, con riferimento al termine “zone”, che richiama il concetto di spazio, di area definita, attrezzata e adeguata a svolgere le proprie attività.

horizone

We all live under the same sky, but we don’t have the same horizon.”

(Konrad Adenauer)

 

Scarica  la brochure Horizone in formato pdf:

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Riferimenti e risorse Web:

Horizone – clicca qui per visitare il sito Internet→

Articolo di Wired: Garden Office, le casette in giardino per produrre di più clicca qui per leggere l’articolo→

 

 

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